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martedì 14 ottobre 2014

Africa Energy Outlook: le fonti rinnovabili per la rimonta dell’Africa

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  14 ottobre 2014  alle  4:42.

Saranno le energie rinnovabili a soddisfare gran parte delle crescenti esigenze energetiche dell’Africa entro il 2040, parallelamente allo sblocco delle vaste risorse idroelettriche di cui gode il continente e ancora poco sfruttate.
A sostenerlo è l’ Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA/AIE) nel suo primo rapporto sull’energia in Africa, Africa Energy Outlook, che verrà presentato oggi in un grande evento a Roma, dove, per l’occasione, si riuniranno al Ministero degli Esteri i principali esponenti del mondo energetico privato e oltre una ventina di ministri e delegazioni africane.
Secondo alcune anticipazioni del rapporto, la domanda di energia a sud del deserto del Sahara crescerà dell’80 per cento parallelamente al quadruplicarsi della crescita economica durante lo stesso periodo.energia
Quasi la metà di questa crescita energetica del Continente sarà garantita da energie rinnovabili ed energia idroelettrica, precisa la IEA/AIE con sede a Parigi.
I risultati dello studio sono i più dettagliati mai raccolti e prodotti finora nell’analisi della domanda di energia in Africa e suggeriscono che il continente farà registrare “un grande passo avanti” nella diffusione di elettricità nelle zone rurali contribuendo allo sviluppo di intere comunità e all’uscita dalla povertà di molte persone.
“Il settore dell’Energia in Africa sub-sahariana può essere migliorato per ottenere migliori condizioni di vita per i suoi cittadini. Questo studio descrive una delle parti meno comprese del sistema energetico globale ed offre una visione autorevole sulle sue prospettive future. Mostrando come investimenti nel settore energetico sub-sahariano possano stimolare una crescita e uno sviluppo sociale rapidi in tutta la regione” si legge in una nota della IEA/AIE.
Il rapporto evidenzia poi come molti governi del continente “stiano intensificando i loro sforzi per affrontare i numerosi ostacoli normativi e politici che frenano gli investimenti nelle reti nazionali di approvvigionamento energetico “, avvisando al contempo come i limiti infrastrutturali e “infrastrutture energetiche inadeguate, rischino di mettere un freno su miglioramenti necessari con urgenza”.
L’AIE, che svolge funzioni di consulenza alle nazioni sulle politiche energetiche, abbozza anche la portata della sfida attesa per portare il continente africano più vicino agli standard energetici di cui godono i paesi industrializzati.
L’Africa sub-sahariana rappresenta il 13 per cento della popolazione mondiale e il 4 per cento della domanda di energia. Solo 290 milioni, dei 915 milioni di abitanti della regione, hanno accesso all’elettricità. Due terzi del denaro speso in energia viene destinato a sviluppare risorse per l’esportazione.
Grandi impianti e ‘isole’ per rispondere al boom energetico
Ma il boom energetico, si legge nel rapporto, è già iniziato ed è parallelo al decennio di crescita economica fatta registrare da alcuni paesi della regione. Dal 2000, il consumo di energia in Africa sub-sahariana è aumentato del 45 per cento. L’AIE prevede che la capacità di generazione di potenza collegata alle reti tradizionali quadruplicherà entro il 2040, passando dai circa 90 gigawatt di oggi (circa la metà dei quali in Sud Africa) a quasi 360 gW. Nonostante i progressi, si stima che oltre mezzo miliardo di persone rimarranno senza energia elettrica nel 2040.
Il rapporto sottolinea poi come le fonti rinnovabili, guidate dall’energia solare, garantiranno un contributo crescente alla rete elettrica. Attualmente solo il 10 per cento delle potenziali risorse idroelettriche vengono sfruttate.
Secondo gli esperti dell’AIE, i grandi impianti idroelettrici e a combustibili fossili miglioreranno la copertura energetica nelle aree urbane, mentre altre fonti energetiche pulite porteranno elettrificazione nelle zone rurali. Mini-griglie elettriche e sistemi off-grid ( detti anche ‘a isola’, ovvero scollegati dalla rete principale) forniranno energia al 70 per cento di quelle persone nelle aree rurali che per la prima volta avranno accesso all’energia. I due terzi di queste mini-reti saranno alimentate da piccole centrali idroelettriche solari ed eoliche.
Queste tecnologie stanno diventando sempre più attraenti nei confronti di generatori diesel a causa dei costi in diminuzione.

sabato 23 agosto 2014

Costa d’Avorio: il ritorno della Banca africana di sviluppo ora è ufficiale

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  22 agosto 2014  alle  8:00.

Il presidente della Banca Africana di Sviluppo (AfDB), Donald Kaberuka, ha svolto una conferenza stampa ad Abidjan, in Costa d’Avorio, ufficializzando la riapertura della sede centrale dell’istituto finanziario continentale nella capitale economica ivoriana, dopo essere stata costretta dodici anni fa a spostare temporaneamente i propri uffici a Tunisi a causa della crisi politica post-elettorale del 2002.TUNISIA-BAD-KAERUKA-CONFERENCE
“L’AfDB ha fatto ritorno ad Abidjan, che è la sua sede ufficiale dal 1964 – ha dichiarato Kaberuka – Questo ritorno è diventato ufficiale con la mia presenza qui, quella dei vice-presidenti e di 1000 dipendenti, mentre altri 500 dipendenti arriveranno entro l’inizio di ottobre”.
Il presidente dell’AfDB ha poi annunciato che la prima riunione ad Abidjan del comitato direttivo dell’istituto si svolgerà il prossimo 8 settembre, il cui tema sarà l’organizzazione delle celebrazioni per il 50° anniversario dell’istituto bancario il prossimo novembre.

mercoledì 13 agosto 2014

L'India blocca il taglio dei costi doganali e paralizza la Wto

da www.ilsole24ore.com

Narendra Modi (Reuters)Narendra Modi (Reuters)
Raggiunto sul filo di lana, l'accordo salva-Wto di Bali è già al naufragio, affossato dall'India di Narendra Modi.
Il 31 dicembre del 2013, i 159 Paesi riuniti in Indonesia avevano sottoscritto un accordo per abbattere i costi delle transazioni commerciali (trade facilitation agreement - Tfa), impegnandosi a tagliare le procedure burocratiche che rallentano il passaggio delle merci attraverso le dogane e ne alzano il costo. Per quanto modesto, si trattava comunque del primo risultato significativo raggiunto nei 13 anni del Doha round. E soprattutto permetteva alle delegazioni di alzarsi dal tavolo senza aver ufficialmente affossato l'Organizzazione mondiale per il commercio.
Proprio allo scadere del termine per la ratifica del Tfa, il 31 luglio, il premier Modi ha però ritirato il sostegno concesso dal precedente governo indiano, guidato dal Congresso. La Wto torna così nel tunnel che rischia di portarla all'irrilevanza, se non come arbitro sovranazionale delle dispute commerciali sulle regole generali già esistenti.
Prima ancora che sul piano politico, lo stallo sul Tfa (i negoziatori si incontreranno di nuovo a settembre) ha conseguenze economiche che penalizzano in primo luogo i Paesi in via di sviluppo e le imprese che lavorano su questi mercati. Per ridurre il peso della burocrazia nelle pratiche doganali, l'accordo prevede il potenziamento di una serie di infrastrutture, con automazione e digitalizzazione di una serie di passaggi. I costi per modernizzare porti congestionati e sbloccare le strozzature di strutture doganali inefficienti e corrotte sarebbero coperti da programmi di assistenza internazionale ai Paesi poveri. Rendendo più facile e fluido il commercio, l'accordo potrebbe agevolare soprattutto quelle piccole e medie imprese che spesso si vedono chiudere le porte dell'export dai costi della burocrazia. Oggi, per superare la dogana di Mombasa, in Kenya, un carico merci impiega se va bene tre o quattro giorni, quando a Singapore basta qualche ora. Per trasferire quelle merci da Mombasa a Kampala, in Uganda, ci vogliono almeno altri quattro giorni di dogana e poi altri due se si vuol arrivare fino a Kigali, in Rwanda. È su questi colli di bottiglia che il Tfa andrebbe ad agire.
L'Ocse stima che per i Paesi a basso e medio reddito, l'accordo potrebbe ridurre del 15% i costi sostenuti per il commercio estero. Secondo lo statunitense Peterson institute for international economics, il Tfa potrebbe permettere di creare 21 milioni di posti di lavoro, per la maggior parte nei Paesi in via di sviluppo, i quali, India compresa, vedrebbero il proprio Pil crescere di 523 miliardi di dollari. In tutto, la ricchezza mondiale potrebbe aumentare di mille miliardi.
Cifre contestate da New Delhi, che blocca il negoziato per difendere i propri sussidi alimentari. Già a dicembre questo era stato lo scoglio su cui la trattativa di Bali rischiava di naufragare. In base alle regole della Wto, i sussidi agli agricoltori nei Paesi in via di sviluppo non possono superare il 10% del valore del raccolto. Una soglia che New Delhi rischia di infrangere visto che sta portando a 4 miliardi di dollari l'anno il programma pubblico di sicurezza alimentare, finalizzato a garantire cibo a basso prezzo a circa 850 milioni di persone. In India, il 25-30% della popolazione spende oltre la metà del proprio reddito in cibo, e metà della forza lavoro è impegnata nell'agricoltura. Dal 2001, le risorse stanziate agli agricoltori sono raddoppiate e continuano ad aumentare. In totale i sussidi ammontano a 12 miliardi di dollari l'anno.
Per venire incontro a New Delhi, a Bali si decise di rendere il suo programma di sicurezza alimentare immune da contestazioni in sede Wto per quattro anni. Il nuovo premier Modi però non ha intenzione di accettare il compromesso sottoscritto dal suo predecessore e che nel 2017 lo costringerebbe comunque a tagliare i sussidi. Una mossa impopolare, anche se a beneficiare della manna pubblica non è sempre chi ne ha bisogno, dato che la corruzione ne dirotta una buona parte e i soprusi della burocrazia trasforma in strumento clientelare quello che dovrebbe essere un diritto.
Il veto lascia New Delhi sempre più isolata, senza nemmeno l'appoggio di Cina e Brasile e in compagnia soltanto di Cuba, Venezuela e Bolivia. Inoltre, i Paesi favorevoli all'accordo potrebbero decidere di andare avanti comunque, lasciando fuori proprio l'India.
In termini più generali, la vittima dello stallo è la stessa Wto. Piuttosto che farsi frenare dal veto di singoli Paesi in defatiganti e inconcludenti negoziati multilaterali, le potenze commerciali hanno già cominciato a fare accordi con chi ci sta, attraverso sempre più numerose intese bilaterali, e sono arrivate a concepire ambiziosi (secondo alcuni irrealistici) negoziati macro-regionali come la Trans pacific partnership o la Trans atlantic trade and investment partnership tra Ue e Usa. Di fronte alla paralisi di una Wto incapace di riformarsi, sarà sempre più forte la spinta a seguire questa strada, per quanto ardua. Il risultato, avvertono in molti, non sarebbe un mondo più aperto, ma un mondo frammentato in blocchi commerciali più o meno rivali. L'opposto dell'obiettivo perseguito prima dal Gatt e poi dalla Wto: smantellare i protezionismi doganali e commerciali degli anni 30 del 900.
Proprio per evitare questo scenario, a Bali si era congegnato un trattato in grado di mettere tutti d'accordo come il Tfa. Certo, poche speranze si erano accese di fronte a un risultato così modesto. Modi sembra deciso a spegnere anche quelle.

giovedì 31 luglio 2014

"Nobel asiatici", fra i vincitori due attivisti cinesi e una Fondazione pakistana

da www.asianews.it

31/07/2014
FILIPPINE - ASIA
La Fondazione che assegna il Premio Magsaysay, il più famoso del continente, ha reso noti i premiati per il 2014: una giornalista cinese che sfida il potere, un attivista anti-inquinamento e un gruppo di industriali che aiuta l'educazione delle donne in Pakistan. Premiati anche un'antropologa indonesiana, il direttore del Museo nazionale afgano e un insegnante filippino che lavora con i tribali.


Manila (AsiaNews) - Una giornalista nota per le sue indagini sulla corruzione in Cina, un attivista anti-inquinamento e una Fondazione pakistana che lavora per i diritti delle donne sono fra i vincitori dell'annuale edizione del Premio Magsaysay, uno dei maggiori del continente e spesso definito il "Nobel asiatico". Il riconoscimento è intitolato alla memoria dell'ex presidente filippino Ramon Magsaysay e dal 1957 viene assegnato a coloro che "con il proprio lavoro hanno contribuito a migliorare la società in cui vivono". Gli altri vincitori sono il direttore del Museo nazionale afghano, una antropologa indonesiana e un insegnante filippino. I nomi sono stati resi noti ieri.
La prima cinese a essere premiata è Hu Shuli, 61 anni, fondatrice e direttrice del Caijing: il giornale, specializzato in temi economici, è divenuto noto in tutto il Paese per i reportage e le inchieste approfondite anche sui membri del Partito. Secondo la Fondazione che assegna il premio "i suoi articoli sul commercio illegale, sull'epidemia di Sars del 2003 e sui tycoon cinesi hanno provocato la caduta di alti funzionari pubblici e l'arresto di famosi industriali, avvicinando la Cina alla riforma del mercato azionario".
Il secondo vincitore cinese è Wang Canfa, 55 anni, fondatore del Centro per l'assistenza legale alle vittime dell'inquinamento. La sua struttura ha gestito migliaia di cause legate alla protezione dell'ambiente e diverse volte ha vinto in tribunale persino contro le grandi aziende. Nella motivazione che accompagna la sua vittoria, la Fondazione cita lo stesso Wang: "Continuando a insistere, prima o poi riusciremo a stabilire anche in Cina uno stato di diritto sull'ambiente".
Premiata anche la Fondazione dei cittadini, fondata da alcuni industriali pakistani, che "ha deciso di sostenere e finanziare le scuole che danno uguali opportunità anche alle ragazze. E questo in un Paese dove l'educazione femminile è considerata, da alcuni estremisti religiosi, un anatema".
L'antropologa indonesiana Saur Marlina Manurung, 42 anni, organizza scuole nelle giungle del suo Paese per preservare i costumi etnici senza condannare i tribali all'ignoranza: "La sua passione nel proteggere e migliorare la vita di chi vive nelle foreste è nobile e va premiata". Omara Khan Masoudi, invece, "è riuscito a salvare a rischio della vita alcuni fra i più preziosi oggetti d'arte dell'Afghanistan. Questo nonostante le minacce e le distruzioni dei talebani". Randy Halasan, 31 anni, ha infine convinto i giudici "per il suo lavoro con i bambini della tribù filippina dei Matigsalug, una delle più remote di tutto il Paese".

mercoledì 16 luglio 2014

La sfida dei Brics: Sì a una nostra banca, contro Fmi e World Bank

da www.asianews.it

ASIA
I leader di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica creeranno un fondo emergenza da 100 miliardi di dollari e una banca per lo sviluppo da 50 miliardi di dollari. In questa occasione, il premier indiano Modi e il presidente cinese Xi si sono incontrati per la prima volta.


Fortaleza (AsiaNews/Agenzie) - Una banca per lo sviluppo e un fondo emergenza comuni per le nazioni dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica): è l'accordo storico raggiunto nella serata di ieri dai cinque leader nel summit tenuto a Fortaleza, in Brasile. La sede sarà a Shanghai, in Cina, e il primo presidente sarà indiano. L'obiettivo è potenziare la crescita dei rispettivi Paesi, fornendo fonti di finanziamento alternative al Fondo monetario internazionale (Fmi) e alla World Bank.
I Brics - ha spiegato il ministro russo delle Finanze Anton Siluanov - hanno scelto Shanghai per la sede centrale perché la città offre infrastrutture migliori ed è meta di grandi investitori. Il primo presidente del Board of Governors sarà russo, mentre il primo presidente del Board of Directors sarà brasiliano. In Sudafrica verrà creato il centro regionale per il continente africano.
La banca di sviluppo avrà un capitale iniziale di 50 miliardi di dollari - estensibile a 100 miliardi - cui comparteciperanno in modo uguale tutte le nazioni, per evitare che una abbia più potere su un'altra. Il fondo emergenza (Contingent Reserve Arrangement) avrà un capitale di 100 miliardi di dollari, a cui i Paesi membri potranno accedere in caso di crisi.
Il summit di Fortaleza è stata anche la prima occasione in cui Xi Jinping, presidente cinese, e Narendra Modi, neo Primo ministro indiano, si sono incontrati faccia a faccia. Su Twitter, Modi ha scritto: "Ho avuto un incontro molto fruttuoso con il presidente cinese Xi Jinping. Abbiamo discusso di varie questioni".

lunedì 9 giugno 2014

In Marocco il primo summit delle Smart Cities africane

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  9 giugno 2014  alle  6:00.

Si terrà i prossimi oggi e domani a Ifrane, città del Marocco sul monti dell’Atlante il primo summit dedicato alle città intelligenti africane per lo sviluppo sostenibile e l’innovazione tecnologica e sociale.ghanahopecity
Il summit si pone l’obiettivo di individuare i modelli e le strategie che consentano un percorso virtuoso degli Stati africani, in un momento particolarmente favorevole agli investimenti da parte delle imprese di tutto il mondo.
Organizzato dall’università Al Akhawayn di Ifrane, l’incontro punta a raccogliere stakeholders e partner di progetto per suggerire sinergie nuove tra università, municipalità, aziende e associazioni sul territorio, individuare gli strumenti necessari per costruire città di nuova generazione, ridurre il consumo energetico e rilanciare l’economia.

giovedì 29 maggio 2014

Africa, la rivoluzione dell'accesso all'acqua

da www.vita.it

di Daniele Biella

Intervista a Mario Milanesi dell'ong Acra-Ccs, che come program manager del programma Wash partecipa da oggi all'Africa water week, l'incontro più importante dell'anno sul tema: "raggiunto l'obiettivo del Millennio, oggi la gestione del servizio idrico è fondamentale. Più che costruire pozzi, ora serve riparare i rubinetti rotti"

rubinetto
Fonte: google.it/green-news.info
C’è un obiettivo del Millennio che è già stato raggiunto prima della scadenza del 2015: l’accesso all’acqua. Tra il 1990 e il 2013 è stato dimezzato il numero delle persone che non aveva una fonte o un rubinetto a portata di mano. Africa compresa: “se i due terzi dei due miliardi di nuovi accessi provengono da Cina e India, anche centinaia di milioni di africani beneficiano di nuovi allacciamenti, e ora si sta ragionando su come gestire bene un mercato che fa girare miliardi di dollari”, spiega Mario Milanesi, cooperante che vive con la famiglia a Zanzibar e che è l’Africa program manager del programma Wash (Water, sanitation and hygiene fund) per l’ong italiana Acra-Ccs. L’occasione storica per fare passi avanti sul tema dell’acqua è la quinta edizione dell’Africa water week, che si tiene in Senegal da lunedì 26 a venerdì 30 maggio 2014.
Chi partecipa all’Africa water week?
I governi africani, i ministri competenti, le aziende, le associazioni internazionali. È il momento più importante dell’anno per il continente per adottare nuove strategie e valutare lo stato attuale delle cose, ed è molto inclusivo nel senso che i governanti chiedono anche alle ong come Acra di essere parte attiva, perché la sfida sull’acqua è cruciale per l’area. Stiamo parlando di un business che smuove grandi interessi e che crescerà sempre di più, perché al di là dell’accesso all’acqua il vero nodo da affrontare oggi è la gestione e la manutenzione degli impianti costruiti.
In che senso?
I governi non possono gestire pubblicamente l’acqua e quindi devono affidarsi a privati. Premetto che in Africa non è come in Europa (Acra è prima firmataria del Contratto mondiale sull’acqua, ndr) e qui la privatizzazione è di diversa natura, spesso nei singoli territori i gestori sono idraulici, preti o altre persone che non hanno finalità di lucro: i governi si dovranno impegnare quindi a sostenere questi pochi operatori privati, mettendoli in grado di essere efficienti e risolvere i problemi. Anche perché nel tempo siamo usciti dal mito che le comunità fossero in grado di gestirsi da sole il servizio idrico: dopo qualche anno di funzionamento le rotture degli impianti spesso bloccano di fatto l’erogazione dell’acqua e non c’è la capacità necessaria per la manutenzione.
Si rompono spesso gli impianti?
Sì. Basti pensare che a oggi i rubinetti rotti sono il 40% in Tanzania, il 38% in Mozambico e il 32% in Senegal. La loro funzionalità sarà al centro del dibattito, e su questo tema il ruolo delle ong è fondamentale anche perché sta mutando nel tempo: se prima si costruivano pozzi, si interveniva a scatola chiusa sostituendosi agli operatori locali, ora le organizzazioni non governative sono importante nel far girare il sistema, mobilitando competenze e fondi nel privato, i funzionari di partito nel pubblico, creando quindi sinergie virtuose per il bene della collettività.
Come ha modificato il proprio lavoro Acra-Ccs?
Presente sul tema acqua dall’inizio del nuovo millennio, l’ong ha man mano avviato progetti di sviluppo integrato, che dalla semplice pompa sono passati allo sviluppo di una rete urbana, attraverso un lavoro tecnicamente complesso ma che ciò che serve in questi territori. Con il programma Wash siamo presenti direttamente in tre paesi (Senegal, Tanzania, Mozambico), mentre nella Repubblica democratica del Congo facciamo assistenza tecnica all’ong Isco. L’importanza delle organizzazioni come la nostra, che avendo a che fare con gli impianti deve garantire un’ottima qualità di lavoro, è riconosciuta dai governi che spesso stimoliano a promuovere azioni sempre più incisive sul tema. Per questo siamo tra i principali interlocutori dell’Africa water week, alla pari dei principali portatori d’interesse.