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martedì 4 dicembre 2012

Le banche centrali preparano nuove munizioni: l'Australia porta i tassi ai livelli del 1960 e giovedì la Bce potrebbe tagliare ancora. Poi tocca alla Fed

da www.ilsole24ore.com


L'immagine di un esercito schierato pronto a sparare milioni di dollari può forse aiutare a rendere l'idea. Quell'esercito è composto dalle banche centrali di Australia, Canada, Europa e Stati Uniti, che dalla scorsa notte hanno iniziato a immettere nuova liquidità nel sistema finanziario con l'intento di foraggiare una ripresa economica che ancora non c'è.
Il primo "cannone" è arrivato nella notte dalla Reserve bank of Australia (Rba) che ha tagliato i tassi di 25 punti base portandoli al 3 per cento. Si tratta del livello più basso dal 1960. Con questa mossa espansiva l'Australia prova a ripartire.
Fari puntati nel pomeriggio in Canada quando è attesa la decisione della banca centrale. Gli analisti si aspettano una sforbiciata rispetto all'attuale tasso dell'1 per cento.
Dopo 48 ore tocca alla Bank of England e alla Banca centrale europea. La prima dovrebbe mantenere i tassi stabili allo 0,5% e aumentare il piano di acquisto asset di altri 25 miliardi di sterline. Più incisive potrebbero essere le misure per l'istituto di Francoforte». Il direttivo guidato da Mario Draghi si riunirà per definire la politica monetaria, come di consueto ogni primo giovedì del mese. «Il pessimo quadro macro e il rallentamento dell'inflazione negli ultimi mesi aprono a un taglio dei tassi di interesse al nuovo minimo storico dello 0,5% (-25 punti base, ndr), che potrebbe avvenire già giovedì prossimo e al massimo entro febbraio», spiegano gli analisti di Ig. «Draghi potrebbe poi portare i tassi sui depositi in negativo dallo 0% attuale e questo per cercare di mettere in circolazione i fondi overnight che puntualmente rimangono parcheggiati presso la Bce. Difficile pensare a ulteriori misure di liquidità diretta visti gli scarsi successi arrivati dalle Ltro».
Superata la festa dell'Immacolata toccherà alla Federal Reserve degli Stati Uniti aggiornare la politica monetaria. Questo mese va a termine l'operazione twist (vendita di titoli a breve e acquisto di titoli a lunga scadenza con l'obiettivo di riscadenziare parte del debito), rinnovata già a giugno scorso. Secondo gli esperti di Ig ci potrebbe anche essere un potenziamento del terzo quantitative easing, annunciato a settembre, che pare avere esaurito la sua forza propulsiva. «Non ci aspettiamo un rinnovo dell'operazione twist, piuttosto la Fed deciderà di iniettare una parte di liquidità aggiuntiva al qe3 stabilito a settembre che prevede per ora 40 miliardi di dollari mensili».
twitter.com/vitolops

giovedì 16 agosto 2012

Siria isolata dal mondo musulmano solo l'Iran contro la sospensione dall'Oci

da www.repubblica.it

LA MECCA

L'Organizzazione per la cooperazione islamica, che riunisce 57 paesi, ha adottato il provvedimento nei confronti di Damasco. "Non possiamo accettare un regime che massacra il suo popolo con i bombardamenti"

LA MECCA - I paesi musulmani, riuniti in un vertice straordinario alla Mecca, in Arabia Saudita, hanno sospeso la Siria dall'organizzazione per la cooperazione islamica (Oci), al fine di isolare il regime di Bashar al Assad. Come ha affermato il comunicato finale del vertice, i paesi membri dell'Oci hanno concordato sulla "necessità di fermare immediatamente gli atti di violenza in siria e di sospendere questo paese" dall'organizzazione.

Parlando in conferenza stampa, il segretario generale dell'Oci, Ekmeleddin Ihsanoglu, ha detto che questa decisione rappresenta "un messaggio forte rivolto dal mondo musulmano al regime siriano". "Questo mondo - ha affermato - non può più accettare un regime che massacra il suo popolo utilizzando aerei, carri armati e artiglieria pesante".

"Questo è anche un messaggio indirizzato alla comunità internazionale, che indica che il mondo musulmano è a favore di una soluzione pacifica in Siria, che vuole la fine dello spargimento di sangue e che rifiuta una degenerazione del problema in un conflitto confessionale", ha proseguito il segretario generale dell'Oci.

La sospensione della Siria era stata raccomandata dalla riunione preparativa del vertice, a cui avevano partecipato una quarantina di capi di stati arabi, africani e asiatici, membri dell'Oci. L'Iran, solido alleato del regime di Damasco, è stato il solo paese tra i 57 paesi membri dell'organizzazione per la cooperazione islamica - che rappresenta un miliardo e mezzo di musulmani nel mondo - a rifiutare apertamente la sospensione della Siria, definendola "ingiusta".

"La Siria avrebbe dovuto essere invitata al vertice per potersi difendere", ha dichiarato il ministro degli esteri iraniano Ali Akbar Salehi parlando dalla Mecca all'agenzia ufficiale Irna.
(16 agosto 2012)

venerdì 3 agosto 2012

Venezuela: ammesso ufficialmente nel Mercosur

da www.adnkronos.it

ultimo aggiornamento: 31 luglio, ore 21:21
Brasilia, 31 lug. (Adnkronos/Dpa) - Il Venezuela e' stato ufficialmente ammesso nel Mercosur nel corso del summit di Brasilia. L'ammissione del Venezuela segna il primo allargamento dell'organizzazione, da quando questa e' stata fondata nel 1991. Il Mercato comune dell'America meridionale si estende ora dalla Terra del Fuoco, all'estremita sud del continente, ai Caraibi.

giovedì 2 agosto 2012

Dalla Cina alla Corea, segnali di frenata in Asia

da www.ilsole24ore.com

Stefano Carrer 02 agosto 2012
«Nubi scure sull'economia dell'Asia»: il titolo del report di ieri di Société Générale dà una sintesi delle ultime indicazioni macroeconomiche, secondo cui l'onda lunga della crisi europea e del rallentamento Usa si proietta sempre più sul continente, in particolare sui fronti della manifattura e dell'export, per di più in presenza di segnali di debolezza in vari Paesi anche sul piano domestico. Una dinamica in peggioramento, che - sottolinea l'analista Klaus Baader - interessa un po' meno la Cina e più altre nazioni dell'area.
L'indice ufficiale dei Purchasing manager cinese segnala un leggero ribasso a luglio (da 50,2 a 50,1) che sembra indicare una mera stabilizzazione, a dispetto di attese più ottimiste dopo il taglio dei tassi e le prime misure di stimolo varate da Pechino. L'indice Pmi della Hsbc per la Cina segna un lieve recupero (da 49,2 a 49,3) ma sotto lo spartiacque tra contrazione e crescita, mentre quelli analoghi per Corea, India, Taiwan, Australia e Giappone fanno luce su un deciso dietro-front. Una settimana iniziata con due notizie inattese – il calo della produzione industriale giapponese dello 0,1% a giugno e la contrazione del Pil di Taiwan nel secondo trimestre (-0,2%) – ha continuato sulla stessa linea con il dato sull'export della Corea del Sud, visto spesso come un vero barometro di tendenze più generali: a luglio è sceso dell'8,8% anno su anno, al passo peggiore da quasi 3 anni, con l'attività manifatturiera ai minimi del 2012 e l'inflazione calata a livelli mai visti da 12 anni (1,5%). Ciò potrebbe indurre la Banca centrale a ulteriori mosse espansive, dopo l'inatteso taglio dei tassi del mese scorso. Anche la Bank of Japan potrebbe agire presto: gli analisti di Nomura hanno dimezzato le stime e prevedono una crescita nel secondo trimestre rallentata allo 0,3% (+1,1% annualizzato), contro il +1,2% (+4,7%) dei primi tre mesi.
A loro parere, il contributo della domanda esterna risulterà negativo (-0,1 punti percentuali) in una economia trainata dagli investimenti (tra cui quelli per la ricostruzione post-tsunami) e dalla tenuta della spesa dei consumatori. La chiave della ripresa, secondo l'analista Asuka Tsuchida, «sta sempre nel passo delle economie overseas», in cui comprende Cina, Usa ed Europa. Per Frederic Neuman di Hsbc l'Asia intera «è ormai presa nella rete del caos europeo: gli ultimi dati suggeriscono che ci sarà un impatto molto più doloroso sull'export». Un settore che in molti Paesi pesa ancora troppo rispetto alla pur crescente domanda dei consumatori. Su questa domanda puntano in molti operatori occidentali, tra cui ad esempio Costa Crociere, che vuole stimolarla con l'appeal del made in Italy e nel 2013 raddoppierà la sua capacità in Asia affiancando l'Atlantica alla Victoria.
Quest'ultima porta proprio oggi quasi 2.400 turisti, per lo più cinesi, alla giornata principale della settimana italiana all'Expo di Yeosu, quella sudcoreana a mezza via tra Shanghai 2010 e Milano 2015: visita al padiglione italiano e lirica con la "Verdi" di Trieste. «Puntiamo molto sul mercato asiatico, in cui siamo stati pionieri dal 2006 e vogliamo distinguerci dalla nuova concorrenza all'insegna del concetto di "Italy at Sea": ospitalità, design, shopping e gastronomia dallo stile tipico italiano», afferma Norbert Stiekema, responsabile sales & marketing. Yeosu potrebbe però rivelarsi anche come un simbolo del rischio degli eccessi di stimolo all'economia domestica al fine di diversificare dall'export: Seul ha portato in un'area marginale del Paese l'alta velocità, ha rifatto il porto e largheggiato nelle nuove infrastrutture. Ma chissà quanto saranno pieni, in seguito, i 14 alberghi costruiti per l'Expo a Yeosu.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Le previsioni dell'Asian Development Bank
L'Adb, la Banca per lo sviluppo in Asia, ha rivisto in luglio le stime di crescita per i Paesi asiatici tenendo conto dell'impatto della crisi dell'Eurozona e della lentezza per la ripresa americana. Sono in particolare le esportazioni a far le spese di una domanda in calo. Rispetto all'Outlook Adb di aprile il quadro dunque peggiora: se allora le previsioni erano per una crescita totale in Asia del 6,9 e del 7,3% per 2012 e 2013, ora le stime sono rispettivamente 6,6 e 7,1%

martedì 3 luglio 2012

America del Sud, Caracas è nel Mercosur

da www.eilmensile.it

3 luglio 2012versione stampabile
Stella Spinelli
Ieri, Argentina e Brasile hanno ufficialmente ratificato l’ammissione del Venezuela nel Mercato comune dell’America del Sud (Mercosur). Votato all’unanimità dai tre paesi membri – oltre ad Argentina e Brasile, l’Uruguay, visto che il Paraguay è stato sospeso dopo il golpe bianco che ha destituito il presidente Lugo – la decisione è stata presa nel summit della scorsa settimana svoltosi a Mendoza. La cerimonia formale si svolgerà il 31 luglio a Rio de Janeiro, con la ratifica definitiva del presidente uruguaiano José Pepe Mujica.

Dilma Rousseff e Cristina Fernandez de Kirchner.
Foto di JUAN MABROMATA/AFP/GettyImages
Il segretario agli Affari esteri della Presidenza brasiliana, Marco Aurelio García, ha precisato che sia l’ingresso di Caracas che la sospensione di Asuncion sono arrivati dopo una riflessione armonica e senza screzi, che riflette il “consenso politico” che lega i tre paesi del blocco.
“L’ingresso del Venezuela come membro plenario del Mercosur è stata una decisione unanime dei presidenti di Argentina, Brasile e Uruguay durante la Cumbre di Mendoza. Dopo una riunione fra Dilma Rousseff, Cristina Fernández de Kirchner e José Mujica – ha ribadito il ministero degli Esteri argentino in un comunicato – durante la quale sono state ascoltate le posizioni dei rispettivi ministri degli esteri, i presidenti hanno immediatamente deciso per ammettere la Repubblica Bolivariana nel Mercosur, perché il paese possiede tutte le caratteristiche richieste dai trattati e dalle legislazioni nazionali dei paesi membri”.
Precisazioni che smentiscono le insinuazioni di alcuni organi di stampa internazionali che avevano letto nella frase pronunciata dal ministro degli Esteri uruguaiano Luis Almagri “ancora non è definitiva” – riferita all’entrata nel Mercosur di Caracas – una discrepanza nelle posizioni dei paesi membri. È infatti dal 2006 che il Venezuela è pronto a entrare nel Mercosur, ma il procedimento è rimasto bloccato finora dal Parlamento paraguaiano che non raggiungeva i numeri per arrivare alla firma del protocollo. Adesso che Auncion è sospesa a causa, appunto, della destituzione del presidente deciso in fretta e furia e condannata da tutti i paesi democratici dell’emisfero, l’ostacolo è saltato e Hugo Chavez può festeggiare un altro grande traguardo del suo governo.

martedì 26 giugno 2012

Nato: "Indivisibili, al fianco della Turchia" Erdogan: "Reagiremo a violazione confini"

da www.repubblica.it

Il capo del governo di Ankara spiega la reazione "razionale" e non "debole" del proprio Paese all'abbattimento del suo jet da parte delle forze siriane: "E' stato un atto criminoso". Riunito a Bruxelles il consiglio Nord-Atlantico. Rasmussen: "Un atto inaccettabile. Non si ripeta". Nuovi scontri vicino Damasco

ANKARA - "La sicurezza dell'Alleanza è indivisibile. Siamo vicini alla Turchia". Così il segretario generale Anders Fogh Rasmussen, ha ufficializzato la posizione della Nato parlando da Bruxelles dove questa mattina i 28 ambasciatori degli Stati membri si sono riuniti per discutere l'abbattimento del jet turco da parte della contraerea siriana. In caso di nuovo atto ostile, ha specificato Rasmussen, la Nato si riunirà di nuovo per consultazioni: "Mi aspetto comunque che Damasco faccia tutto il possibile per evitare simili eventi nel futuro".

Per il premier turco Recep Tayyip Erdogan è un appoggio e una conferma fondamentale. Oggi parlando in Parlamento ai deputati del suo partito Akp, ha infatti confermato che la Turchia "risponderà a ogni violazione del confine" con la Siria. "L'attuale amministrazione siriana è un regime tirannico che uccide il suo stesso popolo" e ha "perso ogni legittimità", ha detto. Una dichiarazione forte atta a chiarire la posizione "calma" adottata dalla Turchia dopo l'abbattimento del caccia. "La nostra razionalità", ha puntualizzato Erdogan, non deve "essere presa per un segno di debolezza", perché Ankara è dalla parte della ragione e l'aereo è stato abbattuto "nello spazio aereo internazionale".

La Turchia, ha avvertito il premier tra gli applausi dei parlamentari, "non cadrà nell'imboscata dei provocatori della guerra. Tutti devono
sapere che la nostra amicizia è preziosa ma che la collera della Turchia può essere terribile". L'abbattimento dell'aereo "non rimarrà senza risposta", ha detto Erdogan, anche se Ankara per ora intende rimanere nell'ambito della legge internazionale.

"E' stato un atto ostile, odioso e criminoso", ha continuato il capo del governo di Ankara di fronte al Parlamento. "Non abbiamo ricevuto un solo avvertimento, una sola nota dalla Siria per la violazione del suo spazio aereo - ha aggiunto -. Hanno agito senza avvertire nessuno", ha aggiunto Erdogan "dal primo gennaio scorso a oggi, lo spazio aereo turco è stato violato 114 volte da diversi aerei. In cinque casi è stato invaso da elicotteri siriani".

La riunione del Consiglio Atlantico. L'incondizionata solidarietà della Nato isola la Siria sempre di più. Il Consiglio atlantico considera l'abbattimento dell'aereo "un atto inaccettabile", e lo "condanna nel modo più forte". Dopo la riunione a Bruxelles, convocata su richiesta della Turchia e durata poco più di un'ora, Rasmussen è stato netto: "Siamo uniti a voi. Spero che la Siria faccia di tutto per evitare simili incidenti in futuro", perché la Nato, ha aggiunto, "continuerà a monitorare la situazione nella regione e rimarrà in allerta". Questo significa che il tema "è e resta sull'agenda" e che se necessario il Consiglio atlantico tornerà a riunirsi. Il segretario generale ha poi precisato: "Non abbiamo discusso l'eventuale attivazione dell'articolo 5 del Trattato (che fa scattare la clausola di difesa collettiva, ndr). La riunione di oggi è stata convocata sulla base dell'articolo 4", secondo il quale gli alleati "si consulteranno ogni volta che, nell'opinione di uno di loro, è minacciata l'integrità territoriale, l'indipendenza politica o la sicurezza di qualsiasi degli alleati".

Nuovi combattimenti.
Scontri a fuoco sono divampati nella notte a Hameh e Qudsaiah, sobborghi di Damasco, tra truppe siriane e ribelli armati. Si tratta dei più violenti registrati finora nelle vicinanze della capitale, come riportano tanto gli attivisti quanto i media filogovernativi. Secondo questi ultimi, i militari fedeli al regime sono impegnati in un'operazione destinata a "liberare" quelle zone dai "terroristi". Testimoni parlano di almeno 300 membri dell'Esercito siriano libero, formazione armata dell'opposizione. Gli attivisti dei Comitati di Coordinamento locale riferiscono che le due località sono sotto il fuoco di lanciarazzi e carri armati del regime e che all'alba sono stati visti arrivare rinforzi. Almeno sei le persone rimaste uccise. Il conflitto continua a mietere vittime anche in altre zone. Quattro membri delle forze di sicurezza sono rimasti uccisi nell'esplosione di un'autobomba nella regione nord-occidentale di Idlib, mentre cinque civili sono morti nei bombardamenti nella città orientale di Deir Ezzor.

Nuovo governo giura davanti al-Assad.
Il nuovo governo siriano ha giurato di fronte al presidente Bashar al-Assad. Lo riporta l'agenzia di stampa Sana. Il presidente aveva disposto sabato un rimpasto di governo, con l'inserimento di 20 nuovi ministri, mentre sono stati confermati i titolari dei tre principali dicasteri: Difesa, Interni e Esteri. Il rimpasto è giunto in vista della nuova Costituzione e dopo l'elezione del Parlamento. Secondo la Sana, il nuovo primo ministro Riyad Farid Hijab ha anche annunciato la creazione di tre nuovi ministeri: quelli per la Riconciliazione nazionale, il Commercio interno e le Risorse idriche. Del nuovo esecutivo fanno parte anche due esponenti dell'opposizione: Ali Haidar, del Partito del volere del popolo nominato ministro della Riconciliazione nazionale, e Qadri Jamil, presidente dello stesso partito e neo ministro del Commercio interno. La presenza di esponenti dell'opposizione nel nuovo governo era stata chiesta da molti osservatori.

Team Onu entrato in Siria. Gli investigatori dell'Onu incaricati di far luce sugli abusi e le violazioni dei diritti umani sono finalmente riusciti a entrare in Siria. Lo ha reso noto una portavoce delle Nazioni Unite, Corinne Momal-Vanian, confermando che il brasiliano Paolo Sergio Pinheiro, che guida la Commissione d'inchiesta istituita dal Consiglio Onu per i Diritti umani, ha visitato di recente il Paese arabo. La portavoce non ha fornito dettagli. Istituita lo scorso agosto, la Commissione d'inchiesta ha prodotto diversi rapporti in cui denunciava le atrocità del regime di Assad, documentate da testimonianze di vittime e residenti. Ai suoi investigatori, tuttavia, era stato finora negato l'ingresso nel Paese. 
(26 giugno 2012) © Riproduzione riservata

lunedì 25 giugno 2012

Europa, la crisi che affonda l’Africa

da www.eilmensile.it

25 giugno 2012versione stampabile
La crisi del debito europea impoverisce anche l’Africa. Un report pubblicato dall’organizzazione umanitaria Data ha evidenziato come il difficile momento attraversato dalle economie del Vecchio Continente si rifletta anche sulle donazioni ai Paesi in via di sviluppo del continente africano, con sensibili tagli agli stanziamenti in bilancio da parte degli europei per la cooperazione internazionale.
Una ragazza nello slum di Kibera, Nairobi TONY KARUMBA/AFP/GettyImages
Le riduzioni più incisive a quanto previsto per i fondi verso l’Africa sono state effettuate nel 2010-2011 da due dei Paesi più colpiti dalla crisi: Spagna e Grecia. L’aiuto allo sviluppo dell’Unione Europea è sceso dell’1,5 percento in tale periodo.
Il rapporto, i cui dati generali sono stati diffusi dal sito della Bbc, sottolinea come “tra coloro che sopportano le conseguenze perggiori della crisi economica europea vi sono i Paesi più poveri del mondo”. La Spagna, che aveva il sesto budget più elevato d’Europa dedicato allo sviluppo, ha dovuto tagliarlo di quasi un terzo. La Grecia, il cui programma era molto più ridotto, lo ha tagliato del 40 percento.
Una tendenza contraria a quella storica degli ultimi anni, che ha visto un incremento progressivo delle donazioni. I Paesi europei da soli contribuiscono per oltre la metà dell’assistenza allo sviluppo. Solo Paesi Bassi e alcuni Paesi scandinavi vanno oltre lo 0,7 percento del prodotto interno lordo fissato dalle Nazioni Unite per lo sviluppo del continente africano. I tre maggiori donatori europei sono Germania (14 miliardi di dollari, 0,39 del Pil), il Regno Unito (13,5 miliardi, lo 0,55 percento), e la Francia (12 miliardi, lo 0,42 percento).
Mozambico, Tanzania e Malawi sono i Paesi nei quali dagli aiuti economici dipende la vita di milioni di persone.
I critici degli aiuti allo sviluppo sostengono che i soldi in Africa vengano sprecati, e scoraggino i Paesi poveri dall’intraprendere una strada verso l’autosufficienza. Se Medici Senza Frontiere – è la domanda del giornalista della Bbc – gestisce i migliori ospedali ad Haiti, oppure Oxfam costruisc i migliori pozzi per l’acqua in Ciad, perché i governi africani dovrebbero prendersi la responsabilità di farlo, se già ci pensano altri?
Uno degli autori del rapporto, Adrian Lovett, risponde con l’esempio del Ghana, che con i sostanziosi aiuti ricevuti in passato, sta vedendo la fine della sua dipendenza dall’assistenza economica straniera. “Esiste tuttavia una distinzione tra l’aiuto per l’emergenza – le carestie, per esempio – e l’aiuto a lungo termine. Il primo non cesserà mai. Il secondo, spero il prima possibile”.

sabato 12 maggio 2012

Ad Algeri stop all'avanzata islamica (ma anche alla primavera araba). Vince l'astensionismo

da www.ilsole24ore.com


foto Lapressefoto Lapresse
Alla vigilia del colpo di stato dei militari del gennaio 1992 che in Algeria bloccò l'ascesa del Fronte islamico di salvezza (Fis), chiesi al direttore del Watan, Omar Belhoucet, chi votasse per il Fis: «Guarda fuori della finestra, è un algerino su tre di quelli che passano per strada». Vent'anni dopo il decennio di piombo - 200mila morti e 20mila desaparecidos - in Algeria è andato alle urne meno del 43% e il Watan ha aperto la prima pagina con questo titolo: «Il 57% degli algerini non vota». Una stragrande maggioranza, spiega oggi Belhoucet, sfuggito a una mezza dozzina di attentati, che è sempre più delusa e distaccata dalla politica.

Le elezioni non convincono gli algerini e i risultati sono scontati: una larga vittoria, con 220 seggi su 462, del Fronte di liberazione nazionale (Fln) e del suo alleato Raggruppamento nazionale per la democrazia (68 seggi), mentre l'Alleanza di tre partiti islamici ha raccolto 48 seggi, molto al di sotto delle aspettative.

Nel gennaio 2011 la primavera araba era cominciata in contemporanea a Tunisi e Algeri ma un anno dopo nella repubblica del presidente Bouteflika prevale l'apatia. Per restare in sella il potere ha usato il bastone della repressione ma anche la carota dei sussidi e delle sovvenzioni aprendo le casse pubbliche rimpinguate dalle entrate del gas e del petrolio (72 miliardi di dollari nel 2011): tutti i beni di largo consumo sono calmierati e il salario minimo garantito è salito a 180 euro al mese.
"Le pouvoir", come lo chiamano ad Algeri, ha fatto di tutto per scongiurare il contagio della primavera araba.

Le elezioni uniscono e dividono allo stesso tempo il mondo arabo che presenta almeno tre-quattro volti contrastanti. In Libia costituiscono un esperimento assoluto: qui non si è mai votato davvero negli ultimi 50 anni e se mai si andrà alle urne avverrà con un governo virtuale e 60 gruppi armati. Al contrario dell'Egitto dove, nonostante la violenza che ancora percorre il Paese, giovedì sera il dibattito in tv dei candidati presidenziali, l'ex ministro degli Esteri Amr Moussa e l'islamista moderato Abul Fotouh, ex leader dei Fratelli Musulmani, è stato seguito con la passione di un derby calcistico.

Un confronto che dopo le schermaglie iniziali è diventato al calor bianco: Moussa ha accusato il suo avversario di essere un finto moderato, citando da un libro di Fotouh delle dichiarazioni a favore della violenza. L'islamista, che ha passato qualche anno in carcere, ha replicato che Moussa è stato complice del sistema repressivo e corrotto di Mubarak. I sondaggi si contraddicono, alcuni danno in testa Moussa, altri Fotouh, ma è certo che il 23 maggio, il giorno del voto, saranno milioni gli egiziani alle urne.

Le elezioni, come è avvenuto in Siria il 7 maggio, possono rappresentare, con un multipartitismo di facciata, l'estremo tentativo di una dittatura per legittimarsi. Il voto, boicottato dall'opposizione, ha decretato ancora una volta la vittoria del partito Baath, oscurata sui media dalla strage del 10 maggio a Damasco, un attentato di cui il regime e i ribelli si accusano a vicenda di essere gli ispiratori.

A proposito della Siria è affiorato in questo periodo il parallelo con l'anarchia irachena ma anche con l'Algeria, dove la lotta ai gruppi islamici e al terrorismo fu condotta dal potere con ogni mezzo, al punto che venne definita la "sale guerre", la guerra sporca. I confronti possono essere arbitrari ma una cosa avvicina la Siria e l'Algeria: il terrorismo e gli stessi metodi per combatterlo negli stati autoritari uccidono la gente ma anche la politica. Per riportare la fiducia nei cittadini, lo dimostra il caso algerino, non bastano decenni. È questa la deriva più profonda che rischia la Siria in questo conflitto: una lacerazione irrimediabile della società civile.

lunedì 30 aprile 2012

America Latina, giornalisti a rischio

da www.eilmensile.it

30 aprile 2012versione stampabile
Stella Spinelli
Due episodi gravi hanno travolto due giornalisti – uno in Messico, l’altro in Colombia – in un fine settimana che ha rimarcato quanto pericoloso sia svolgere questa professione in America Latina.
In Messico, la corrispondente della rivista Proceso en Veracruz, Regina Martínez, è stata ritrovata morta sabato nel bagno di casa con evidenti segni di strangolamento. Martínez, da trent’anni, si occupava di inchieste e articoli su narcotraffico e corruzione e aveva pestato i piedi a molti pezzi grossi, anche delle istituzioni.

In Colombia, invece, è scomparso nella selva il giornalista francese Romeo Langlois, 35 anni, corrispondente di France 24, che stava realizzando un reportage nel Caquetà sulle operazioni antinarcotici delle forze militari colombiane. Mentre la pattuglia dell’esercito con la quale si stava muovendo è stata attaccata dalla guerriglia delle Farc, Langlois e la sua troupe è stata coinvolta nello scontro. Il ministro della Difesa, Juan Carlos Pinzón, ha precisato che per il moneto si può soltanto dire che è scomparso, perché non ci sono prove che sia stato preso dai guerriglieri. ”Il bilancio di questo scontro è di quattro morti e otto feriti. Cinque soldati sono scomparasi per un po’ ma sono già stati ritrovati. Due sono feriti. Nessuna notizia invece del giornalista”, ha precisato una fonte del ministero della Difesa. Il giornalista francese si trova in Colombia da una decina d’anni ed è molto esperto del conflitto colombiano.
Entrambi gli episodi sono avvenuti nella stessa settimana nella quale in Brasile è stato ucciso da colpi di pistola sparati a bruciapelo il giornalista Décio Sá, e in Honduras è stato ammazzato sempre con un’arma da fuoco il presentatore televisivo Noel Alexander Valladares Escoto. Sá era conosciuto per le sue polemiche denunce contro i politici e con la sua morte sale a 4 il numero di giornalisti uccisi in Brasile. Sono invece 18 quelli morti ammazzati negli ultimi due anni in Honduras, dal 2009 in mano a un governo espressione di un golpe.
L’America Latina nel 2011 si è rivelata la regione più pericolosa al mondo per la sicurezza dei giornalisti, con il Messico a detenere questo triste scettro. A stabilirlo è l’International Press Institute (IPI). Reporter sans Frontiers, invece, stabilisce che sia il Medio Oriente a detenere il record, seguito dal continente latinoamericano. Secondo l’organizzazione francese, infatti, in Medio Oriente dall’inizio dell’anno sono stati ammazzati 20 giornalisti e 18 in America Latina, 11 dei quali in Messico.
Giornalisti di Messico e Colombia riuniti questa settimana in Cile per l’incontro dell’Wan-Ifra, l’associazione mondiale di giornali e pubblicazioni, hanno denunciato che molti mass media si autocensurano su alcuni argomenti e si auto impongono alcune regole interne per proteggere la vita dei proprio reporter. Per esempio nel giornale El Siglo de Torreón, una delle testate più importanti del violento stato di Sinaloa, nessuno firma articoli che ricostruiscono episodi di violenza.

martedì 24 aprile 2012

Artico, indovina chi viene a cena

da www.eilmensile.it

24 aprile 2012versione stampabile
Gabriele Battaglia,
da Pechino
Nonno Wen” ha cominciato dall’Islanda la sua visita di quattro stati europei. Trecentoventimila anime nell’Atlantico del nord hanno avuto la precedenza sui tedeschi (secondi), svedesi (terzi) e polacchi (quarti) e non tutti l’hanno accolto bene: qualcuno ha scritto “Free Iceland” sul muro di una sala concerti dove il premier cinese avrebbe pranzato, echeggiando il ben noto “Free Tibet”, altri hanno manifestato contro la repressione della setta Falun Gong. La premier Islandese Johanna Sigurdardottir l’ha incalzato sul tema dei diritti umani per poi dichiarare alla stampa che “Wen Jiabao è un riformista, ci siamo trovati d’accordo su molti punti”.
Lui, da parte sua, ha chiacchierato di geologia ammirando i geyser e perfino abbracciato una bambina imbacuccata in un completo invernale rosa, di quelli che fanno sembrare gli infanti nordici dei micro-omini Michelin. Wen abbraccia spesso i bambini, soprattutto nei luoghi in cui è appena capitato qualche disastro (e dove puntualmente lo spediscono a consolare e rassicurare). E l’Islanda, negli ultimi 3 anni, ne ha viste di cotte e di crude.
A cosa è valsa questa faticaccia? I due Paesi hanno firmato sei accordi di cooperazione che riguardano la geotermia (Pechino e Reykjavik hanno già una partnership attraverso Orka Energy e Sinopec per sviluppare il settore in Cina), la ricerca petrolifera nell’Artico, il solare, l’oceanografia e la ricerca polare.
Ma, cosa più importante, ha incassato l’appoggio islandese perché la Cina diventi osservatore permanente nel Consiglio Artico, l’organizzazione che riunisce gli otto Paesi che si affacciano sulla regione polare (Canada, Russia, Norvegia, Danimarca, Islanda, Usa, Svezia e Finlandia): “[Johanna Sigurdardottir] ha detto che l’Islanda appoggia la Cina affinché diventi  osservatore del Consiglio Artico, sostiene la partecipazione della Cina all’esplorazione pacifica nella regione, ed è disposta a rafforzare ulteriormente la cooperazione con la Cina”, recita il comunicato del governo di Pechino.
Il Consiglio Artico è un’organizzazione nata per regolare il rapporto tra gli Stati e le popolazioni indigene dell’area, in direzione dello sviluppo sostenibile e della conservazione ambientale. Oggi è sempre più strategico: metterci un piede dentro significa avere più possibilità di accesso alle risorse della regione polare, in prospettiva sempre più accessibili a causa dello scioglimento dei ghiacci.
Ma oltre alle materie prime e ai banchi di pesca, c’è in gioco quella che promette di essere la via di comunicazione del futuro: il Passaggio a nord-est (Northern Sea Route), cioè la rotta che dal mare del Nord arriva all’oceano Pacifico attraversando il mare Glaciale Artico. Riduce di circa 4mila miglia nautiche la tradizionale rotta in direzione ovest, che passa attraverso il canale di Panama, e non è esposta alla pirateria come il percorso che dal canale di Suez continua attraverso l’Oceano Indiano e il Sudest Asiatico.
Su quella rotta punta molto la Russia di Putin, anche perché il percorso si snoda in massima parte lungo le sue coste settentrionali. Nella regione polare Mosca si concepisce primus inter pares e, tanto per chiarirlo a tutti, dal 2007 la bandiera russa fluttua sul fondale marino, nell’esatto punto in cui si ritiene ci sia il Polo Nord geografico. L’ingresso sulla scena della Cina, con la sua mole e le sue risorse, potrebbe essere ben visto dall’Occidente come contrappeso all’assertività di Mosca. E poi Pechino arriva con gli investimenti, si capisce.
Tuttavia la Cina inquieta. L’anno scorso, un’offerta da parte del tycoon cinese Huang Nubo per comprare 300 chilometri quadrati di terra islandese scatenò il dibattito sulla possibilità che il progetto fosse una copertura per gli interessi geopolitici della Cina. Alla fine la transazione fu proibita (Huang ci sta ora riprovando ripiegando su un semplice affitto). “Non dimenticate che siamo rimasti isolati ai margini del duro Atlantico per secoli. L’Islanda è sempre un po’ preoccupata dalle altre nazioni”, ha detto a Reuters il ministro degli Esteri Ossur Skarphédinsson.
Ma il problema non è solo islandese, bensì di tutti gli Stati artici privi dello status di superpotenza che rischiano lo stritolamento tra pezzi da novanta come Usa, Russia e, adesso, Cina. Il punto, con il nuovo arrivato, è trovare un equilibrio tra soldi cinesi e rischi di penetrazione, in un quadro che si complica per le mosse indipendenti delle singole imprese.
Il norvegese Øyvind Paasche, geologo, esperto di mutamento climatico, direttore del Bergen Marine Research Cluster e collaboratore del sito OpenDemocracy, ci disse quanto segue non più in là della scorsa estate: “Tutti gli otto Stati che compongono il Consiglio Artico hanno elaborato strategie per ottenere i propri scopi. All’interno dei singoli Stati ci sono poi le imprese che, a loro volta, hanno piani specifici, non necessariamente in linea con quelli nazionali. Questo complica lo scenario”.
E in conclusione: “Il Consiglio Artico deve affrontare al più presto questo tema perché quell’ecosistema sta cambiando così velocemente che è difficile capire da che parte cominciare: dal patrimonio ittico, dallo scioglimento dei ghiacci, dai cambiamenti meteorologici?
La scienza politica è molto lenta a comprendere l’evoluzione dell’Artico, che è una sfida per tutti. Gli otto stati artici fanno cartello e tendono a escludere gli altri, ma è fondamentale che anche l’Unione Europea e la Cina riescano a interagire”.

giovedì 19 aprile 2012

Inghilterra, se la Corte europea dei diritti dell’uomo dà fastidio

da www.eilmensile.it
19 aprile 2012versione stampabile
Editoriali al vetriolo e giudizi per nulla sfumati come “diktat arbitrari” e “giudizi perversi”: il Daily Telegraph, giornale britannico conservatore vicino al governo inglese, è andato all’attacco della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu), nata per garantire il rispetto della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (trattato internazionale redatto dal Consiglio d’Europa, firmato a Roma nel 1950 ed entrato in vigore nel 1953, ndr). Ha un potere di intervento e condizionamento degli affari nazionali troppo forte, che va ridimensionato. L’accusa è questa. E non c’è solo il Daily Telegraph: l’attacco frontale alla Cedu è stato condotto su diverse testate. Un attacco mediatico al quale se ne è affiancato uno politico, con Londra che ha lavorato e depositato dei progetti di riforma che hanno fatto scattare più di un allarme. “La proposte inglesi indeboliranno la Corte europea dei diritti dell’uomo”, titola oggi lo European Observer sul suo sito. “Consiglio d’Europa: rinviare una riforma rischiosa”, scriveva due giorni prima Human Rights Watch. L’obiettivo, per nulla segreto, di Londra è quello di spostare il baricentro del “potere” dalla corte di Strasburgo – che ad oggi è l’ultima istanza alla quale possono rivolgersi cittadini che abbiano subito un torto e che si siano visti dar torto dalla giustizia nazionale – ai tribunali nazionali. E questo farebbe venir meno il potere e la garanzia di tutela di diritti fondamentali e inalienabili di 800 milioni di persone, anche perché tra i 47 membri del Consiglio d’Europa non ci sono solo democrazie consolidate ma anche Paesi in cui la democrazia è più fragile come Russia, Georgia, Azerbaijan, per citarne solo alcuni. E infatti, il 26 per cento delle cause inoltrate alla Cedu provengono da cittadini russi, seguiti a ruota dai turchi.
Ma Londra guarda in casa propria e denuncia le ingerenze della corte nei proprio affari. Non è stata digerita, ad esempio, la sentenza di gennaio con cui i giudici di Strasburgo hanno annullato una sentenza di rimpatrio ai danni di Abu Qataba, giordano, presunto membro di al Qaeda. In Giordania l’uomo avrebbe rischiato la tortura e addirittura la morte, così a Londra è stato ordinato di tenersi il detenuto. “Ignorate la sentenza e mettetelo su un aereo”, strillava oggi l’Express, riferendosi al nuovo ordine di sospendere l’estradizione, ridecisa da Londra a poche ore dal nuovo arresto di Abu Qataba, ordine che ha rinfocolato aspre polemiche. Allo stesso modo, anche il trasferimento negli Stati Uniti di un secondo islamista, Abu Hamza al-Masri, è stato a lungo bloccato. Né agli inglesi è piaciuta l’ingiunzione di concedere il diritto di voto alla popolazione carceraria britannica. E così è maturata l’idea di risolvere il problema alla radice, depotenziando la corte. Un piano che è stato aiutato dal fatto che attualmente è la Gran Bretagna ad occupare la presidenza semestrale del Consiglio d’Europa. Così Londra ha messo il progetto di riforma in cima all’agenda dei lavori che hanno scandito la riunione del Consiglio a Brighton, dal 18 al 20 aprile, meeting al termine del quale è attesa la cosiddetta Dichiarazione di Brighton, che illustrerà le linee guida del progetto di riforma. Da qui l’allarme lanciato da Hrw.
Due sono le critiche principali avanzate alla corte dal governo inglese, non del tutto infondate: la prima riguarda l’inefficienza del tribunale di Strasburgo. I casi pendenti sono oltre 150 mila e il tempo medio di discussione di una causa si aggira sui cinque anni. La seconda nota dolente di cui Londra si è lamentata riguarda il potere d’ingerenza dei giudici negli affari interni di un Paese. Per risolvere il primo problema, gli inglesi propongono di facilitare l’iter di rigetto di una causa, soprattutto nel caso in cui la corte si sia pronunciata già sulla stessa materia. Ma il secondo punto invece attiene agli equilibri di poteri tra la Cedu e la giustizia nazionale ed è tutt’altra questione; qui Londra sembrerebbe puntare a una restrizione delle aree di competenza della corte (solo le gravi violazioni dei diritti umani) o vietando ai giudici di Strasburgo di discutere sentenze vincolanti emesse dai tribunali nazionali. Londra vorrebbe una Corte europea dei diritti dell’uomo che sia poco più di un organo consultivo. Una versione provvisioria del progetto è stata diffusa il 12 aprile: da allora, l’azione di lobbying di alcuni Paesi membri (Germania in testa) e di importanti ong si è fatta intensa, tanto che secondo le ultime indiscrezioni, il chairman inglese potrebbe essere costretto a fare un passo indietro, ad esempio accentando che consistenti modifiche – soprattutto per quanto riguarda l’introduzione del principio di sussidiarietà e la limitazione del potere discrezionale della corte – vengano introdotte nel preambolo della Convenzione piuttosto che nelle parti operative.

Un nuovo blog per "Il Mondo Futuro"

Ci sono 3 opzioni possibili ne "Il Mondo Futuro":
1) l'opzione con 15 Stati confederati nell'ONU e basta che è quella prevalente e discussa nell'intero libro;
2) l'opzione federalista pura - contenuta nell'appendice - con 1 solo Stato Mondiale (i cui stati Federati sono i 15 Stati);
3) l'opzione pluri-confederalista o pluri-regionalista - contenuta nell'appendice - con altre organizzazioni internazionali intermedie fra i 15 Stati e l'ONU.
Anche per quest'ultima opzione oltre all'opportunità pratica di postare notizie che, a rigore, non rientrano nei 15 Stati né nell'ONU, inauguro oggi questo nuovo blog.