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lunedì 30 aprile 2012

America Latina, giornalisti a rischio

da www.eilmensile.it

30 aprile 2012versione stampabile
Stella Spinelli
Due episodi gravi hanno travolto due giornalisti – uno in Messico, l’altro in Colombia – in un fine settimana che ha rimarcato quanto pericoloso sia svolgere questa professione in America Latina.
In Messico, la corrispondente della rivista Proceso en Veracruz, Regina Martínez, è stata ritrovata morta sabato nel bagno di casa con evidenti segni di strangolamento. Martínez, da trent’anni, si occupava di inchieste e articoli su narcotraffico e corruzione e aveva pestato i piedi a molti pezzi grossi, anche delle istituzioni.

In Colombia, invece, è scomparso nella selva il giornalista francese Romeo Langlois, 35 anni, corrispondente di France 24, che stava realizzando un reportage nel Caquetà sulle operazioni antinarcotici delle forze militari colombiane. Mentre la pattuglia dell’esercito con la quale si stava muovendo è stata attaccata dalla guerriglia delle Farc, Langlois e la sua troupe è stata coinvolta nello scontro. Il ministro della Difesa, Juan Carlos Pinzón, ha precisato che per il moneto si può soltanto dire che è scomparso, perché non ci sono prove che sia stato preso dai guerriglieri. ”Il bilancio di questo scontro è di quattro morti e otto feriti. Cinque soldati sono scomparasi per un po’ ma sono già stati ritrovati. Due sono feriti. Nessuna notizia invece del giornalista”, ha precisato una fonte del ministero della Difesa. Il giornalista francese si trova in Colombia da una decina d’anni ed è molto esperto del conflitto colombiano.
Entrambi gli episodi sono avvenuti nella stessa settimana nella quale in Brasile è stato ucciso da colpi di pistola sparati a bruciapelo il giornalista Décio Sá, e in Honduras è stato ammazzato sempre con un’arma da fuoco il presentatore televisivo Noel Alexander Valladares Escoto. Sá era conosciuto per le sue polemiche denunce contro i politici e con la sua morte sale a 4 il numero di giornalisti uccisi in Brasile. Sono invece 18 quelli morti ammazzati negli ultimi due anni in Honduras, dal 2009 in mano a un governo espressione di un golpe.
L’America Latina nel 2011 si è rivelata la regione più pericolosa al mondo per la sicurezza dei giornalisti, con il Messico a detenere questo triste scettro. A stabilirlo è l’International Press Institute (IPI). Reporter sans Frontiers, invece, stabilisce che sia il Medio Oriente a detenere il record, seguito dal continente latinoamericano. Secondo l’organizzazione francese, infatti, in Medio Oriente dall’inizio dell’anno sono stati ammazzati 20 giornalisti e 18 in America Latina, 11 dei quali in Messico.
Giornalisti di Messico e Colombia riuniti questa settimana in Cile per l’incontro dell’Wan-Ifra, l’associazione mondiale di giornali e pubblicazioni, hanno denunciato che molti mass media si autocensurano su alcuni argomenti e si auto impongono alcune regole interne per proteggere la vita dei proprio reporter. Per esempio nel giornale El Siglo de Torreón, una delle testate più importanti del violento stato di Sinaloa, nessuno firma articoli che ricostruiscono episodi di violenza.

martedì 24 aprile 2012

Artico, indovina chi viene a cena

da www.eilmensile.it

24 aprile 2012versione stampabile
Gabriele Battaglia,
da Pechino
Nonno Wen” ha cominciato dall’Islanda la sua visita di quattro stati europei. Trecentoventimila anime nell’Atlantico del nord hanno avuto la precedenza sui tedeschi (secondi), svedesi (terzi) e polacchi (quarti) e non tutti l’hanno accolto bene: qualcuno ha scritto “Free Iceland” sul muro di una sala concerti dove il premier cinese avrebbe pranzato, echeggiando il ben noto “Free Tibet”, altri hanno manifestato contro la repressione della setta Falun Gong. La premier Islandese Johanna Sigurdardottir l’ha incalzato sul tema dei diritti umani per poi dichiarare alla stampa che “Wen Jiabao è un riformista, ci siamo trovati d’accordo su molti punti”.
Lui, da parte sua, ha chiacchierato di geologia ammirando i geyser e perfino abbracciato una bambina imbacuccata in un completo invernale rosa, di quelli che fanno sembrare gli infanti nordici dei micro-omini Michelin. Wen abbraccia spesso i bambini, soprattutto nei luoghi in cui è appena capitato qualche disastro (e dove puntualmente lo spediscono a consolare e rassicurare). E l’Islanda, negli ultimi 3 anni, ne ha viste di cotte e di crude.
A cosa è valsa questa faticaccia? I due Paesi hanno firmato sei accordi di cooperazione che riguardano la geotermia (Pechino e Reykjavik hanno già una partnership attraverso Orka Energy e Sinopec per sviluppare il settore in Cina), la ricerca petrolifera nell’Artico, il solare, l’oceanografia e la ricerca polare.
Ma, cosa più importante, ha incassato l’appoggio islandese perché la Cina diventi osservatore permanente nel Consiglio Artico, l’organizzazione che riunisce gli otto Paesi che si affacciano sulla regione polare (Canada, Russia, Norvegia, Danimarca, Islanda, Usa, Svezia e Finlandia): “[Johanna Sigurdardottir] ha detto che l’Islanda appoggia la Cina affinché diventi  osservatore del Consiglio Artico, sostiene la partecipazione della Cina all’esplorazione pacifica nella regione, ed è disposta a rafforzare ulteriormente la cooperazione con la Cina”, recita il comunicato del governo di Pechino.
Il Consiglio Artico è un’organizzazione nata per regolare il rapporto tra gli Stati e le popolazioni indigene dell’area, in direzione dello sviluppo sostenibile e della conservazione ambientale. Oggi è sempre più strategico: metterci un piede dentro significa avere più possibilità di accesso alle risorse della regione polare, in prospettiva sempre più accessibili a causa dello scioglimento dei ghiacci.
Ma oltre alle materie prime e ai banchi di pesca, c’è in gioco quella che promette di essere la via di comunicazione del futuro: il Passaggio a nord-est (Northern Sea Route), cioè la rotta che dal mare del Nord arriva all’oceano Pacifico attraversando il mare Glaciale Artico. Riduce di circa 4mila miglia nautiche la tradizionale rotta in direzione ovest, che passa attraverso il canale di Panama, e non è esposta alla pirateria come il percorso che dal canale di Suez continua attraverso l’Oceano Indiano e il Sudest Asiatico.
Su quella rotta punta molto la Russia di Putin, anche perché il percorso si snoda in massima parte lungo le sue coste settentrionali. Nella regione polare Mosca si concepisce primus inter pares e, tanto per chiarirlo a tutti, dal 2007 la bandiera russa fluttua sul fondale marino, nell’esatto punto in cui si ritiene ci sia il Polo Nord geografico. L’ingresso sulla scena della Cina, con la sua mole e le sue risorse, potrebbe essere ben visto dall’Occidente come contrappeso all’assertività di Mosca. E poi Pechino arriva con gli investimenti, si capisce.
Tuttavia la Cina inquieta. L’anno scorso, un’offerta da parte del tycoon cinese Huang Nubo per comprare 300 chilometri quadrati di terra islandese scatenò il dibattito sulla possibilità che il progetto fosse una copertura per gli interessi geopolitici della Cina. Alla fine la transazione fu proibita (Huang ci sta ora riprovando ripiegando su un semplice affitto). “Non dimenticate che siamo rimasti isolati ai margini del duro Atlantico per secoli. L’Islanda è sempre un po’ preoccupata dalle altre nazioni”, ha detto a Reuters il ministro degli Esteri Ossur Skarphédinsson.
Ma il problema non è solo islandese, bensì di tutti gli Stati artici privi dello status di superpotenza che rischiano lo stritolamento tra pezzi da novanta come Usa, Russia e, adesso, Cina. Il punto, con il nuovo arrivato, è trovare un equilibrio tra soldi cinesi e rischi di penetrazione, in un quadro che si complica per le mosse indipendenti delle singole imprese.
Il norvegese Øyvind Paasche, geologo, esperto di mutamento climatico, direttore del Bergen Marine Research Cluster e collaboratore del sito OpenDemocracy, ci disse quanto segue non più in là della scorsa estate: “Tutti gli otto Stati che compongono il Consiglio Artico hanno elaborato strategie per ottenere i propri scopi. All’interno dei singoli Stati ci sono poi le imprese che, a loro volta, hanno piani specifici, non necessariamente in linea con quelli nazionali. Questo complica lo scenario”.
E in conclusione: “Il Consiglio Artico deve affrontare al più presto questo tema perché quell’ecosistema sta cambiando così velocemente che è difficile capire da che parte cominciare: dal patrimonio ittico, dallo scioglimento dei ghiacci, dai cambiamenti meteorologici?
La scienza politica è molto lenta a comprendere l’evoluzione dell’Artico, che è una sfida per tutti. Gli otto stati artici fanno cartello e tendono a escludere gli altri, ma è fondamentale che anche l’Unione Europea e la Cina riescano a interagire”.

giovedì 19 aprile 2012

Inghilterra, se la Corte europea dei diritti dell’uomo dà fastidio

da www.eilmensile.it
19 aprile 2012versione stampabile
Editoriali al vetriolo e giudizi per nulla sfumati come “diktat arbitrari” e “giudizi perversi”: il Daily Telegraph, giornale britannico conservatore vicino al governo inglese, è andato all’attacco della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu), nata per garantire il rispetto della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (trattato internazionale redatto dal Consiglio d’Europa, firmato a Roma nel 1950 ed entrato in vigore nel 1953, ndr). Ha un potere di intervento e condizionamento degli affari nazionali troppo forte, che va ridimensionato. L’accusa è questa. E non c’è solo il Daily Telegraph: l’attacco frontale alla Cedu è stato condotto su diverse testate. Un attacco mediatico al quale se ne è affiancato uno politico, con Londra che ha lavorato e depositato dei progetti di riforma che hanno fatto scattare più di un allarme. “La proposte inglesi indeboliranno la Corte europea dei diritti dell’uomo”, titola oggi lo European Observer sul suo sito. “Consiglio d’Europa: rinviare una riforma rischiosa”, scriveva due giorni prima Human Rights Watch. L’obiettivo, per nulla segreto, di Londra è quello di spostare il baricentro del “potere” dalla corte di Strasburgo – che ad oggi è l’ultima istanza alla quale possono rivolgersi cittadini che abbiano subito un torto e che si siano visti dar torto dalla giustizia nazionale – ai tribunali nazionali. E questo farebbe venir meno il potere e la garanzia di tutela di diritti fondamentali e inalienabili di 800 milioni di persone, anche perché tra i 47 membri del Consiglio d’Europa non ci sono solo democrazie consolidate ma anche Paesi in cui la democrazia è più fragile come Russia, Georgia, Azerbaijan, per citarne solo alcuni. E infatti, il 26 per cento delle cause inoltrate alla Cedu provengono da cittadini russi, seguiti a ruota dai turchi.
Ma Londra guarda in casa propria e denuncia le ingerenze della corte nei proprio affari. Non è stata digerita, ad esempio, la sentenza di gennaio con cui i giudici di Strasburgo hanno annullato una sentenza di rimpatrio ai danni di Abu Qataba, giordano, presunto membro di al Qaeda. In Giordania l’uomo avrebbe rischiato la tortura e addirittura la morte, così a Londra è stato ordinato di tenersi il detenuto. “Ignorate la sentenza e mettetelo su un aereo”, strillava oggi l’Express, riferendosi al nuovo ordine di sospendere l’estradizione, ridecisa da Londra a poche ore dal nuovo arresto di Abu Qataba, ordine che ha rinfocolato aspre polemiche. Allo stesso modo, anche il trasferimento negli Stati Uniti di un secondo islamista, Abu Hamza al-Masri, è stato a lungo bloccato. Né agli inglesi è piaciuta l’ingiunzione di concedere il diritto di voto alla popolazione carceraria britannica. E così è maturata l’idea di risolvere il problema alla radice, depotenziando la corte. Un piano che è stato aiutato dal fatto che attualmente è la Gran Bretagna ad occupare la presidenza semestrale del Consiglio d’Europa. Così Londra ha messo il progetto di riforma in cima all’agenda dei lavori che hanno scandito la riunione del Consiglio a Brighton, dal 18 al 20 aprile, meeting al termine del quale è attesa la cosiddetta Dichiarazione di Brighton, che illustrerà le linee guida del progetto di riforma. Da qui l’allarme lanciato da Hrw.
Due sono le critiche principali avanzate alla corte dal governo inglese, non del tutto infondate: la prima riguarda l’inefficienza del tribunale di Strasburgo. I casi pendenti sono oltre 150 mila e il tempo medio di discussione di una causa si aggira sui cinque anni. La seconda nota dolente di cui Londra si è lamentata riguarda il potere d’ingerenza dei giudici negli affari interni di un Paese. Per risolvere il primo problema, gli inglesi propongono di facilitare l’iter di rigetto di una causa, soprattutto nel caso in cui la corte si sia pronunciata già sulla stessa materia. Ma il secondo punto invece attiene agli equilibri di poteri tra la Cedu e la giustizia nazionale ed è tutt’altra questione; qui Londra sembrerebbe puntare a una restrizione delle aree di competenza della corte (solo le gravi violazioni dei diritti umani) o vietando ai giudici di Strasburgo di discutere sentenze vincolanti emesse dai tribunali nazionali. Londra vorrebbe una Corte europea dei diritti dell’uomo che sia poco più di un organo consultivo. Una versione provvisioria del progetto è stata diffusa il 12 aprile: da allora, l’azione di lobbying di alcuni Paesi membri (Germania in testa) e di importanti ong si è fatta intensa, tanto che secondo le ultime indiscrezioni, il chairman inglese potrebbe essere costretto a fare un passo indietro, ad esempio accentando che consistenti modifiche – soprattutto per quanto riguarda l’introduzione del principio di sussidiarietà e la limitazione del potere discrezionale della corte – vengano introdotte nel preambolo della Convenzione piuttosto che nelle parti operative.

Un nuovo blog per "Il Mondo Futuro"

Ci sono 3 opzioni possibili ne "Il Mondo Futuro":
1) l'opzione con 15 Stati confederati nell'ONU e basta che è quella prevalente e discussa nell'intero libro;
2) l'opzione federalista pura - contenuta nell'appendice - con 1 solo Stato Mondiale (i cui stati Federati sono i 15 Stati);
3) l'opzione pluri-confederalista o pluri-regionalista - contenuta nell'appendice - con altre organizzazioni internazionali intermedie fra i 15 Stati e l'ONU.
Anche per quest'ultima opzione oltre all'opportunità pratica di postare notizie che, a rigore, non rientrano nei 15 Stati né nell'ONU, inauguro oggi questo nuovo blog.