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mercoledì 11 dicembre 2013

Anche la Turchia nella Banca Africana di Sviluppo

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  11 dicembre 2013  alle  6:00.

Per la prima volta, la settimana scorsa, la Turchia ha partecipato a una riunione del Consiglio Direttivo della Banca Africana di Sviluppo (AfDB) dopo che a fine Ottobre il paese è diventato il 26° Stato a partecipare al Fondo africano di sviluppo e il 78° Stato membro della Banca africana di sviluppo.turchiaerdogan
“Siamo lieti di accogliere la Turchia come membro ufficiale di AfDB” ha detto il Direttore Esecutivo Hau Sing Tse, che rappresenta il Canada, Cina, Corea, Kuwait e Turchia.
“Tutti condividiamo un forte entusiasmo per l’adesione della Turchia in un momento in cui il paese sta prendendo un impegno crescente e più profondo con l’Africa”
Alla fine di dicembre 2012, le risorse del Fondo africano di sviluppo erano pari a UA 22,3 miliardi (US 34,2 miliardi dollari) e il  capitale sociale del Gruppo AfDB pari a UA 66.980 milioni (US $ 103 miliardi di euro).
La sottoscrizione del capitale da parte di paesi africani e non africani si basa su un rapporto di 60/40 per cento.
La Banca del ha approvato 3.769 operazioni (prestiti e sovvenzioni) per un totale di 96 miliardi di dollari (UA 63.660 milioni) dal 1967, anno in cui ha iniziato ad operare , alla fine del 2012. L’AfDB mantiene un rating AAA dalle principali agenzie di rating internazionali.

giovedì 21 novembre 2013

Vertice Africa-Paesi arabi, UA auspica cooperazione basata su rispetto e solidarietà

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  21 novembre 2013  alle  7:40.

Costruire un partenariato strategico attorno alle questioni di pace, di sicurezza e di migrazione, basato sul rispetto reciproco e sulla solidarietà: è questa la visione della cooperazione esposta da Nkosazana Dlamini Zuma, presidente della Commissione dell’Unione Africana (UA) durante il terzo Vertice -Paesi apertosi ieri a Kuwait City.Africaarabsummit
Nella capitale dell’emirato si sono riuniti gli esponenti di 71 paesi e organizzazioni in rappresentanza di due blocchi contrastanti e complementari, il primo che comprende le petro-monarchie più ricche del pianeta, il secondo i paesi più poveri e meno sviluppati.
Dall’Unione Africana è giunto un appello a investire in maniera massiccia nel rafforzamento delle competenze, nella sanità e nell’istruzione, per aprire ai giovani nuove vie di partecipazione allo sviluppo dei propri paesi.
Alle monarchie del Golfo potrebbero interessare maggiormente investimenti in terre fertili e risorse minerarie, di cui sono sprovviste, ma che abbondano in Africa.
Il ministro degli Esteri del Kuwait, cheikh Sabah Khaled Al-Sabah, ha annunciato prestiti per un miliardo di dollari a tasso ridotto su cinque anni a disposizione dei paesi africani.

lunedì 7 ottobre 2013

Indonesia: apre vertice Apec senza Obama

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  7 ottobre 2013  alle  7:51.

I leader dell’area Asia-Pacifico si sono ritrovati oggi a Bali, in , per il vertice della Cooperazione economica Asia-Pacifico (). Grande assente è il presidente Barack , sostituito dal segretario di Stato americano John Kerry. L’assenza di Oabama, dovuta alla mancata approvazione del bilancio da parte dei repubblicani, secondo alcuni osservatori rischia di avere ripercussioni sulla tenuta del blocco filo-americano rispetto all’ascesa della stella cinese.   salterà anche il successivo vertice dei paesi dell’Asia orientale che si terrà subito dopo in Brunei.

giovedì 3 ottobre 2013

Gambia: Banjul lascia il Commonwealth: “Un’estensione coloniale”

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  3 ottobre 2013  alle  6:50.

Il governo di Banjul ha deciso di ritirare il paese dal , l’organizzazione che riunisce 54 paesi quasi tutti anglofono e quasi tutti con un passato coloniale britannico. In un comunicato il governo sottolinea che la decisione avrà effetto immediato e che il “non farà mai più parte di un’istituzione neocoloniale né di un’istituzione che rappresenta un prolungamento del colonialismo.
Non è chiaro se ci siano altri più specifici motivi dietro questa decisione anche se alcune fonti di stampa internazionale hanno fatto dei riferimenti al rifiuto da parte di Banjul, nel 2012, di creare una Commissione su diritti umani, media e lotta alla corruzione.
Altre motivazioni potrebbero derivare dai rapporti mai buoni tra il presidente gambiano Yahya Jammeh e Londra. L’ultimo paese ad aver lasciato il Commonwealth fu nel 2003 lo Zimbabwe.

lunedì 23 settembre 2013

Unione Africana: a ottobre riunione sullo Statuto di Roma

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  23 settembre 2013  alle  7:00.

I dirigenti africani si riuniranno ad Addis Abeba il 13 ottobre per discutere di un possibile ritiro di alcuni membri dallo statuto di Roma istitutivo della Corte penale internazionale ().unioneafricana
Lo hanno detto fonti ufficiali dell’ (UA), secondo il quotidiano sudafricano Business Day.
Alcuni governanti africani hanno emesso riserve sull’operato dei giudici della Cpi, concentrati soltanto su crimini africani e presunti criminali africani, e persino accuse di ‘razzismo’ nei confronti della Corte.
Le indagini aperte dalla Cpi riguardano situazioni in Kenya, in Costa d’Avorio, in Libia, in Sudan, in Repubblica Democratica del Congo, in Repubblica Centrafricana, in Uganda e in Mali.
A fare notizia in questi giorni è soprattutto  il processo a William Ruto, attuale vice presidente del Kenya, accusato di responsabilità nelle violenze che seguirono le elezioni presidenziali del 2007.
Il Parlamento di Nairobi ha già approvato la mozione che apre la strada alla legge con cui il Kenya dovrebbe lasciare lo statuto di Roma. Il Kenya, che aveva chiesto agli altri paesi del continente di seguire il suo esempio, si è detto soddisfatto della riunione in programma ad ottobre.
Dal Sudafrica, il primo paese dell’Unione Africana, fonti ufficiali hanno anticipato che non intendono rimettere in questione l’ adesione.

mercoledì 11 settembre 2013

Africa: rapporto, “il 70% dei terreni coltivabili è inutilizzato”

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  11 settembre 2013  alle  7:00.

africaagricolturaIn sub-sahariana, il 70% dei coltivabili è inutilizzato: è uno dei principali dati che emergono dal rapporto diffuso in queste ore dall’Associazione per una Rivoluzione Verde in (AGRA, dal suo acronimo inglese) che ha preso in esame i dati di 16 paesi del continente, soprattutto riguardo alle colture destinate all’alimentazione umana ed animale.
Il documento – intitolato “Africa Agriculture Status Report : Focus on Staple” – raccoglie i dati forniti dai governi, incrociandoli con indagini condotte sul campo dall’Associazione, e dagli indicatori forniti dalle agenzie delle Nazioni Unite dedicate all’, FAO e IFAD in testa.
Per i 16 paesi presi in esame, la relazione individua le debolezze delle politiche agricole in relazione al potenziale intrinseco nel settore agricolo e mette in evidenza le aree critiche su cui focalizzare interventi e investimenti.
E così se il 70% dei terreni è inutilizzato, si apprende anche che le proprietà agricole vedono continuare a diminuire le proprie estensioni, notando che le aziende agricole della maggior parte dei paesi hanno oggi una dimensione media inferiore ai tre ettari.
Il rapporto sottolinea anche il calo della fertilità del suolo in Africa, individuandola come una delle principali minacce ai rendimenti, allo sviluppo agricolo e alla sicurezza alimentare del continente.
Altrettanto preoccupante il dato che si riferisce al personale impegnato nella ricerca agricola: l’Africa ha il dato più basso del mondo, con solo 70 ricercatori per ogni milione di abitanti, a differenza degli Stati Uniti e del Giappone, che hanno rispettivamente 2640 e il 4380 ricercatori.
Inoltre, nota il rapporto, leggi nazionali e regolamenti regionali obsoleti ostacolano lo sviluppo dei mercati delle in Africa.
Anche se l’agricoltura rappresenta il 40% del PIL di alcuni paesi africani, solo lo 0,25% dei prestiti bancari sono indirizzati verso i piccoli agricoltori.
Un altro problema sottolineato è l’insufficiente utilizzo di da parte degli agricoltori.
Il consumo di concimi minerali in Africa è attualmente di circa 10 kg per ettaro, contro più di 125 in Brasile e 150 in Asia.
Il rapporto di Agra fa il punto sullo stato dell’agricoltura nel Continente 10 anni dopo la “Dichiarazione di Maputo”, firmata nel Luglio 2003, nella quale gli stati africani si erano impegnati di dedicare il 10% del loro budget all’agricoltura.

sabato 31 agosto 2013

L'India frena, il Brasile accelera

da www.ilsole24ore.com


Uno dopo l'altro. Il rallentamento dell'India e l'accelerazione del Brasile nel secondo trimestre non rivela una divergenza tra i paesi Emergenti, accomunati oggi da turbolenze valutarie difficili da contrastare, ma segnala piuttosto che non tutti freneranno allo stesso tempo.
Il Brasile ha sicuramente sorpreso tutti. Gli economisti si aspettavano un'accelerazione dell'attività economica, ma pensavano che il Pil del secondo trimestre si sarebbe fermato al 2,5% annuo, dall'1,9% del primo trimestre. L'economia invece ha aumentato il ritmo fino al 3,3%, sulla spinta del manifatturiero, delle costruzioni, e dei trasporti o - da un altro punto di vista - di agricoltura, beni capitali ed esportazioni. Negli abituali termini trimestrali il paese è cresciuto in primavera dell'1,5%, dal +0,6% dell'inverno precedente (gennaio-marzo).
Il ministro dell'Economia Guido Mantega è entusiasta: ora prevede che il Paese possa crescere a un ritmo del 4% nel 2014. Quest'anno farà però molto meno: si fermerà al 2%, forse al 2,2% dopo i dati di ieri, grazie anche alla flessione del real, che potrebbe spingere esportazioni già salite in primavera - per motivi indipendenti dalla valuta - del 6,9% trimestrale.
Molti economisti sono infatti convinti che il Brasile si stia avviando verso una crescita zero nella seconda metà dell'anno. «I consumi sono stati deboli - spiega Newton Rosa della Sulamerica Investimentos - e così i servizi. Vediamo qui un segnale: la crescita del secondo trimestre non sarà mantenuta nel terzo». Tutti gli indicatori che si proiettano nel futuro (gli anticipatori, o leading) sono peggiorati: «L'industria potrebbe essere calata dell'1,4% in luglio, e le vendite al dettaglio probabilmente sono scese dell'1,1 per cento» aggiunge Flavio Serrano della Espirito Santo Investment Bank.
Il futuro del Brasile potrebbe assomigliare allora a quello dell'India, che ieri ha annunciato un Pil del secondo trimestre (del 2013, il primo dell'anno fiscale indiano 2013/2014) del 4,4%, in rallentamento dal 4,8% del primo trimestre dell'anno. Non è molto, in realtà, per un Paese emergente, e rappresenta per l'India il ritmo di sviluppo più lento dal primo trimestre del 2009. Al punto che il primo ministro Manmohan Singh ha voluto tranquillizzare il Parlamento. «Dobbiamo garantire - ha detto - che i fondamentali dell'economia resteranno forti, così che l'India continui a crescere a un ritmo sano per molti anni. Lo faremo: senza dubbio abbiamo di fronte sfide importanti».
L'ottantenne politico (ed economista, esperto di commercio con l'estero) ha anche aggiunto che «in una certa misura, il deprezzamento della moneta può essere positivo per l'economia perché aiuterà ad aumentare la competitività delle nostre esportazioni e scoraggerà le importazioni», tra le quali - va però ricordato - ci sono materie prime importanti come il petrolio e l'oro, molto amato dai risparmiatori indiani. Nell'attesa di poter correggere nel tempo l'enorme deficit corrente del Paese, uno dei consulenti del ministero delle Finanze Dipak Dasgupta ha fatto riferimento ieri a contatti in corso con altri Paesi emergenti per un intervento coordinato sulle valute, per fermarne il deprezzamento. Un portavoce del Banco Central do Brasil ha però smentito.

mercoledì 21 agosto 2013

Lo spettro del '97 sui Paesi emergenti

da www.ilsole24ore.com


PAGINA A CURA DI
Gianluca Di Donfrancesco
Riccardo Sorrentino
Un'illusione. L'idea che una politica monetaria possa essere indipendente - nel senso di sovrana - è falsa, malgrado mille tentativi di dimostrarla. Non sono "libere" le scelte della Bce rispetto a quelle della Fed, lo sono ancora meno quelle dei Paesi emergenti. Soprattutto quelli che fanno parte di "dollarolandia", l'area monetaria informale che ruota attorno alla valuta Usa. Per molti Paesi, soprattutto asiatici, la vera banca centrale è a Washington, i cui governatori - contrariamente a quello che avviene nella Bce - sono americani che rispondono solo agli americani.
Non può sorprendere, allora, se la prospettiva di un rialzo dei tassi Usa, che ormai si avvicina, scateni tensioni anche in India, o in Indonesia, o in Brasile. È il segno che prima o poi il dollaro inizierà a salire. Mantenere un cambio a livelli compatibili con il proprio modello di sviluppo e di politica monetaria diventerà piuttosto difficile. Soprattutto per quei Paesi nei quali i conti con l'estero non aiutano: perché i disavanzi vanno finanziati con risorse internazionali e, nello stesso tempo, segnalano una situazione di debolezza, di bisogno e quindi di rischio. Se a questo si aggiunge la tendenza dei mercati ad anticipare gli effetti (attesi), il pericolo di turbolenze diventa davvero concreto.
Un esempio è l'Indonesia. Venerdì ha annunciato per il secondo trimestre un deficit con l'estero pari al 4,4% del Pil, dal 2,6% del primo trimestre. Da allora la Borsa ha perso il 20%, mentre la rupia, già debole a causa di una crescita piuttosto lenta per gli standard degli emergenti (il 6%), è scesa fino ai minimi dal 2009. La Banca centrale ha tenuto fermi i tassi per sostenere l'attività economica, ma ha aumentato le riserve obbligatorie per frenare la valuta: due misure in buona parte contraddittorie. In soli due giorni, secondo i calcoli della Bloomberg, sono usciti dal paese 225 milioni di dollari. Un incubo, insomma. Simile a quello che sta vivendo l'India.
Sorprende un po' che proprio i Paesi dell'area asiatica si siano lasciati cogliere alla sprovvista da problemi simili a quelli che hanno portato alla crisi del '97. È un po' come se in Germania, bruciata una volta per tutte dall'iperinflazione del '21, i prezzi andassero fuori controllo... Il punto è che c'è qualcosa di nuovo, rispetto al '97: la stretta di Pechino. Concentrati tutti sulla Fed, le cui decisioni muovono i flussi di capitale, molti hanno dimenticato i canali "reali" che legano la politica monetaria della Banca del Popolo Cinese con tutti i Paesi emergenti (e non solo quelli dell'area asiatica). La stretta, e il conseguente rallentamento - spiega Lars Christensen di Den Danske Bank, attento ai legami tra moneta e attività reale - fa rallentare le esportazioni verso la Cina di molti Paesi in via di sviluppo, fa scendere il prezzo delle materie prime (un calo che crea molti grattacapi, per esempio, in Brasile), e riduce per Pechino il bisogno di accumulare riserve valutarie, rallentando anche gli acquisti di assets nelle valute meno pregiate degli emergenti, molto sensibili alle variazioni di domanda.
Anche una stretta cinese si può tradurre così in un indebolimento delle valute, a meno che i singoli Paesi non decidano di "importare" la politica monetaria di Pechino. Quando poi le banche centrali a "stringere" sono due, l'effetto si somma. Basta però guardare i grafici per capire che i problemi delle valute degli emergenti sono iniziati nel 2010, e in particolare nel terzo trimestre quando la Banca del Popolo, dopo aver aumentato le riserve obbligatorie, ha deciso di alzare i tassi.

mercoledì 24 luglio 2013

Ankara segue India e Brasile: alza i tassi per aiutare la valuta

da www.ilsole24ore.com


La Turchia prova a nuotare contro corrente. Senza convinzione. La Banca centrale di Ankara, la Tcmb, ha alzato ieri l'overnight al 7,25%, dal 6,5%, mantenendo fermi gli altri tassi (al 4,5% l'ufficiale, e al 3,5% quello sui prestiti). L'obiettivo dichiarato è quello di fermare la caduta della lira turca, che è scivolata fino a un massimo del 9% dopo il cambio di regime - per ora solo virtuale - della politica monetaria della Federal Reserve americana. Questa flessione ha costretto Ankara a vendere valute estere per 6,6 miliardi di dollari: un salasso che ha portato le riserve a un livello che copre oggi solo dieci mesi di fabbisogno finanzario dall'estero e ha spinto la Tcmb a intervenire anche sul costo del credito a breve termine.
La misura non sarà però sufficiente. Secondo gli analisti occorrerebbero rialzi ben più ambiziosi per frenare una flessione che non è dovuta solo alle tensioni generate dalla politica monetaria Usa: la lira turca è considerata una valuta a rischio a causa delle tensioni politiche e del forte deficit corrente con l'estero, pari al 7,1% del Pil. Ha colpito, proprio ieri, la distanza con quanto è accaduto in Ungheria, un'economia piuttosto vicina a quella turca - e non solo geograficamente... Qui la banca centrale ha potuto abbassare i tassi per la dodicesima volta consecutiva al minimo del 4 per cento.
La Turchia appartiene piuttosto a quel gruppo di Paesi - come il Sud Africa, l'India, il Brasile - che associano a un deficit corrente alto una situazione economica non favorevole ai flussi di capitali. Contro vincoli strutturali forti come questi, la banca centrale di Ankara è apparsa poco convinta. Ha pesato in questo caso l'esplicita perplessità del governo: la decisione di ieri è stata preannunciata la settimana scorsa, solo dopo l'incontro tra il governatore Erdem Basci e il primo ministro Tayyip Erdogan, antichi compagni di scuola.
Fare di più, del resto, sarebbe forse stato inutile. L'esperienza degli altri paesi invita a essere molto cauti. L'India, dopo aver invitato i milioni di cittadini all'estero a investire i risparmi nel Paese, ha imposto ieri nuove restrizioni alle banche commerciali, per ridurre la liquidità: una più alta riserva obbligatoria - la percentuale di depositi che devono consegnare alla banca centrale - e un limite ai prestiti a breve termine che possono ottenere dall'autorità monetaria. Sono misure aggiuntive rispetto a una lunga serie di vincoli introdotti nel recente passato, l'ultima volta la settimana scorsa, quando ha alzato i tassi sui prestiti della banca centrale dall'8,25 al 10,25 per cento. Ben due punti percentuali, che sono evidentemente risultati insufficienti: la rupia, in calo del 10% circa da inizio maggio, resta debole. L'esperienza dell'Indonesia - che ha un deficit corrente del "solo" 2,1% del Pil - non è diversa. Il rialzo dei tassi dell'11 luglio - 0,50 punti - non ha impedito alla rupia di perdere un ulteriore un per cento sul dollaro. Non diversamente è capitato al Brasile, che lo stesso giorno - l'11 luglio - ha alzato i tassi di 0,50 punti senza ottenere grandi risultati sul real, la valuta più penalizzata dalle turbolenze create dalla Fed.
L'obiettivo - in tutti questi casi - sembra del resto essere stato solo quello di ridurre la volatilità, piuttosto che opporsi a una tendenza troppo forte dei mercati valutari. Gli interventi sul real, per esempio, sono così realizzati solo sui derivati e in moneta domestica, per non esaurire le riserve. Più prudente ancora il Sud Africa, che ha lasciato i tassi invariati la settimana scorsa preparando un rialzo dei tassi solo per la fine dell'anno: pesa qui il rallentamento della crescita economica che ha imposto una "indifferenza benevola" sul cambio.

Tokyo entra nell'intesa del Pacifico

da www.ilsole24ore.com


TOKYO. Dal nostro corrispondente
15 aprile 2012, 8 luglio 2013 e infine 23 luglio 2013. Sono date storiche per i processi di liberalizzazione commerciale: nel giro di poco più di tre mesi, i tre principali blocchi di economie avanzate hanno avviato negoziati incrociati per abbattere dazi e barriere non commerciali e facilitare gli investimenti reciproci. Dopo le trattative tra Unione Europea e Giappone avviate in aprile a Bruxelles e quelle tra Ue e Usa iniziate due settimane fa a Washington, ieri il Giappone ha aderito ufficialmente, come dodicesimo Paese membro, al progetto della Trans-Pacific Partnership (Tpp) incentrato sugli Stati Uniti. I sostenitori degli accordi di libero scambio bilaterali o comunque per singole aree vedono in questi sviluppi una occasione unica per spronare commerci e investimenti, in ultima analisi a beneficio di tutti. I fautori più strenui dei negoziati multilaterali globali, come l'Evian Group, sono invece furiosi perché sostengono che si tratti della pietra tombale sui moribondi Doha Round, marginalizzando il Wto con conseguenze negative per gli esclusi (come i Paesi in via di sviluppo). Il convitato di pietra dei tre tavoli negoziali, naturalmente, è la Cina, irritata soprattutto dalla Tpp che considera un espediente statunitense per rafforzare la sua influenza anche politica sull'Asia.
I negoziatori giapponesi sono intervenuti due giorni prima della fine del diciottesimo round di trattative della Tpp _ che si svolge in Malaysia, a Kota Kinabalu _ , in quando la decisione del governo di Tokyo è stata tardiva e solo ieri gli Stati Uniti hanno completato le procedure costituzionali per consentire l'adesione del grande alleato asiatico al progetto di area di libero scambio multilaterale. I membri della Tpp sono quelli della regione Nafta (Usa, Canada, Messico), due nazioni latino-americane che si affacciano sul Pacifico (Cile e Perù), Australia e Nuova Zelanda, più Vietnam, Malaysia, Singapore e Brunei. L'ingresso del Giappone _ quando i negoziati Tpp durano già da oltre tre anni _, non è accolto da tutti i membri con entusiasmo, perché le esigenze di Tokyo potrebbero portare a ritardi e complicazioni nella conclusione del patto, oppure a un suo “annacquamento” rispetto alle altissime ambizioni originarie (eliminazioni di principio di tutte le tariffe). Se in Malaysia ci sono stati scontri di piazza provocati dagli oppositori del patto, anche nel Sol Levante la questione Tpp è molto controversa, in quanto alcuni settori _ in primis l'agricoltura _ vedono con il fumo degli occhi l'abbattimento delle barriere tariffarie e regolamentari, che potrebbe portare _ temono _ a una invasione di prodotti e servizi dall'estero. Il premier Shinzo Abe ha deciso di aderire alla Tpp nel quadro del suo programma di riforme per la crescita economica , deludendo una fetta della base tradizionale del partito liberaldemocratico. Del resto, il suo piano di riforme ha bisogno anche di pressioni dall'estero per vincere le resistenze interne: niente come i negoziati Tpp e quelli con la Ue potranno accelerare la deregulation dell'economia.
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TRANS-PACIFIC PARTNERSHIP
12
I Paesi partecipanti
Con l'adesione formale del Giappone ai negoziati della Trans-Pacific partnership, di fatto Tokyo apre trattative per la liberalizzazione degli scambi con gli Stati Uniti, anch'essi nel Tpp dal 2009. La notizia segue di pochi giorni l'avvio di analoghi negoziati tra Ue e Usa.
40%
Quota di commercio mondiale
Rappresentata dai dodici Paesi che partecipano ai negoziati: Usa, Giappone, Australia, Perù, Nuova Zelanda, Malaysia, Vietnam, Cile, Singapore, Canada, Messico e Brunei. I negoziati tecnici sono giunti al 18° round, in corso proprio questi giorni in Malaysia.

martedì 16 luglio 2013

Meno crescita in Asia: l'Adb riduce le stime per 45 Paesi per il fattore Cina

da www.ilsole24ore.com


(Epa)(Epa)
TOKYO - L'Asian Development Bank ha ridotto le sue previsioni sulla crescita economica nell'Asia emergente al +6,3% per quest'anno - rispetto al +6,6% stimato nell'aprile scorso - e al +6,4% per il 2014 (contro il precedente pronostico del +6,7%): la combinazione tra una "continua domanda tiepida" da parte delle maggiori economie industriali e una più lenta crescita in Cina pesa infatti sull'outlook delle 45 economie emergenti dell'area regionale (specie sul Sud-est asiatico, che pure vede una buona domanda interna) e rappresenta una sfida per la continuazione del "momentum" della crescita generale.
Secondo il capo economista dell'Adb Chanyong Rhee, il rallentamento cinese rappresenta una preoccupazione per i suoi effetti su altri Paesi emergenti. Tuttavia l'Adb, nel suo ultimo report rilasciato oggi, ritiene che quest'anno Pechino possa ancora crescere a un ritmo del 7,7%, superiore quindi a quello registrato nel primo semestre (+7,6%) e nel secondo trimestre (+7,5%). In frenata anche l'India, che dovrebbe crescere quest'anno a un passo del 5,8% anziché del 6% previsto in precedenza, a causa dei «lenti progressi nell'attuare riforme in grado di facilitare il business».
Unico Paese su cui è stato fatto un sensibile upgrading è il Giappone: secondo l'Adb dovrebbe crescere quest'anno dell'1,8% (rispetto alla precedente stima di +1,2%), soprattutto a causa della politica monetaria ultraespansiva introdotta in aprile dalla banca centrale.

mercoledì 19 giugno 2013

Dilma, Cristina e Bachelet: l’Abc femminile e il modello “Pane e calcio”

da temi.repubblica.it/limes

di Maurizio Stefanini
Maurizio StefaniniRUBRICA ALTREAMERICHE  Argentina, Brasile e Cile hanno 2 cose in comune: sono (o saranno presto) governati da capi di Stato donne e hanno un modello di sviluppo di successo ma problematico. L'insofferenza verso sprechi e corruzione dietro alle proteste per i Mondiali del 2014.


[Carta di Laura Canali]
L’America Latina è oggi piena di progetti di integrazione e sta vivendo il maggior momento di effervescenza economica e politica dal secondo dopoguerra.

Un interessante - anche se solo simbolico - segnale di questi cambiamenti potrebbe essere rappresentato a breve dalla nascita di un inedito Abc al femminile, per la presenza contemporanea di tre donne ai vertici di Argentina, Brasile e Cile: Cristina Kirchner, Dilma Rousseff e - se vincerà le prossime elezioni presidenziali - Michelle Bachelet.

In Argentina Cristina Fernández de Kirchner è presidente dal 10 dicembre 2007; il 25 maggio è stato celebrato il decennale dell’elezione del defunto marito Néstor. Anche se la Corte suprema ha bocciato la riforma giudiziaria che avrebbe potuto spianare la strada a una riforma costituzionale per permetterle una terza candidatura di fila, rendendo ormai quasi impossibile una sua riconferma, Cristina resterà comunque al potere fino al 2015.

In Brasile Dilma Rousseff è presidente dal primo gennaio 2011, anche lei lo sarà sicuramente fino al 2015, e per ora stando ai sondaggi non c'è alcun candidato in grado di sfidarla per la sua seconda ricandidatura.

In Cile, Michelle Bachelet, apparentemente senza rivali nei sondaggi per il voto del 17 novembre (con eventuale ballottaggio il 15 dicembre), se eletta si insedierebbe l’11 marzo del 2014.

Piccola parentesi storica: il patto Abc, dalle iniziali di Argentina, Brasile e Cile, fu firmato a Buenos Aires il 25 maggio 1915, per coordinare le politiche dei tre paesi guida del Sudamerica di fronte allo sconvolgimento planetario causato dalla prima guerra mondiale.

Non entrò mai formalmente in vigore, perché l’Argentina non lo ratificò. Ma di fatto funzionò per lo meno fino al 1930 e ai nuovi sconvolgimenti causati dalla crisi economica mondiale.

Un secondo Abc fu proposto da Juan Domingo Perón nel momento in cui in tutti e 3 i paesi erano al potere presidenti ispirati da una simile visione di nazionalismo populista: Perón stesso in Argentina, Getúlio Vargas in Brasile, il generale Carlos Ibáñez del Campo in Cile.

Dai sottintesi anti-Usa, quel progetto intendeva non solo sottrarre il Sudamerica alla scelta di campo imposta dalla Guerra Fredda, ma anche far partire un processo di integrazione continentale nel particolare clima di euforia economica dovuto al boom degli export regionali durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra. Tuttavia, il 24 agosto 1954 Vargas si sarebbe suicidato, in seguito allo scandalo seguito all’attentato al giornalista di opposizione Carlos Lacerda; il 21 settembre 1955 Perón sarebbe stato deposto da un golpe; e il 3 novembre del 1958 Ibañez del Campo avrebbe concluso il suo mandato in modo pacifico, ma senza lasciare alcune eredità politica.

Mentre il pur frammentato peronismo è tuttora forza egemone in Argentina e due partiti ispirati a Vargas fanno ancora parte del variegato arco politico brasiliano, l’ibañismo è scomparso praticamente senza eredi. Anche se di fatto la Dc cilena occupò lo spazio politico da esso lasciato vuoto, e se l’ex-ministro ibañista Rafael Tarud fondò un partitino che fu il più piccolo dei sei componenti della coalizione di Unidad Popular di Salvador Allende.

La vicenda cilena dimostra come, a parte certe reazioni violente di militari e oligarchie che pure ci furono, a provocare il naufragio di quel primo Abc furono due fattori: da un lato la debolezza di una posizione terzaforzista nel momento del più acuto confronto tra Est e Ovest, dall’altro il non essere riusciti a gestire la crisi del modello esportatore di materie prime una volta che l’Europa aveva ripreso a produrre a pieno ritmo.

Come ai tempi dell’Abc populista Perón-Vargas-Ibañez, anche questo Abc femminista-riformista Cristina-Dilma-Michelle rischia di inciampare in alcuni nodi del modello di sviluppo che stanno improvvisamente venendo al pettine.

Se la Bachelet in Cile si presenta come colei che può affrontare i disagi espressi dalle manifestazioni degli studenti, la Rousseff in Brasile è sfidata dalla più grande ondata di manifestazioni dall’inizio della democrazia, mentre la Kirchner in Argentina sembra permanentemente vicina a una possibile catastrofe che peraltro continua a non arrivare.

Partiamo dal Brasile, dove manifestazioni sempre più massicce contestano sia il governo, sia le amministrazioni locali di centrodestra, proprio mentre parte la Confederations Cup: la prima del ciclo di manifestazioni che tra Giornate della Gioventù con visita del Papa, Mondiali di Calcio e Olimpiadi dovevano celebrare la definitiva ascesa della nuova potenza brasiliana, in attesa di ottenere anche l’Esposizione Universale del 2020.

Invece risuona il grido "La Turchia è qui", assieme a quello storico della sinistra latinoamericana “il popolo unito non sarà mai vinto”, scandito per ironia della sorte contro un governo di sinistra guidato da una ex guerrigliera.

Come in Turchia la difesa di un parco, in effetti, anche in Brasile l’aumento dei prezzi del trasporto pubblico da 3 a 3,20 reais a biglietto (da 1,5 a 1,6 dollari) non è stato che il pretesto attorno al quale si è coagulato un risentimento più generale. La realizzazione delle infrastrutture per i grandi eventi, occasione di sperperi e scandali, ha contribuito a far traboccare l’ira dei manifestanti. Iniziate a San Paolo, le dimostrazioni si sono estese a Brasilia e poi a Rio, dove si sono verificati degli scontri fuori dallo stadio dove si è giocato Italia-Messico.

Dopo che in tutto il paese c’erano state manifestazioni e proteste, 200 mila persone sono scese in piazza in otto diverse città. Centomila mila a Rio de Janeiro, dove uno slogan era "se non si abbassa il costo dei trasporti si ferma Rio”, e dove la polizia ha sparato lacrimogeni e pallottole di gomma per impedire l’invasione dell’Assemblea legislativa statale. A Belo Horizonte i manifestanti erano 40 mila e 10 mila a Brasilia, dove 200 dimostranti hanno occupato il tetto del Congresso dopo averne infranto i vetri. Sempre nella capitale, un movimento che lotta per la trasparenza nella realizzazione dei Mondiali ha bloccato le strade bruciando pneumatici e scope.

Movimento passe libre, “Movimento trasporto gratis”, è l’organizzazione da cui sono iniziate le proteste. Creata nel 2005 da studenti che partecipavano al Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, continua da allora a lottare per l’utopia del trasporto gratis, e talvolta è riuscita a ottenere dei ribassi dei prezzi.

Come in Turchia la dura repressione della polizia ha accresciuto il risentimento, cui si è aggiunto il generale malcontento per tutto ciò che non funziona nel modello brasiliano, che ha dato lavoro, case, auto, benessere materiale, sicurezza alimentare agli indigenti, visibilità al paese in campo internazionale, ma fa pagare troppe tasse, non riesce a ridurre la corruzione dei politici e non riesce a migliorare sensibilmente un sistema educativo, sanitario e di trasporti gravemente carente.

Peraltro, anche ciò che ha funzionato pare a rischio, con la crescita economica sempre più debole e un’inflazione salita al 6,5% in due mesi. Accanto alla contraddizione del Partito dei lavoratori (Pt) di Lula e Dilma, antica forza di protesta ormai adagiata sul potere, ci sono quella del Partito della socialdemocrazia brasiliana (Psdb). Il Psdb è la prima forza dell’opposizione di centrodestra, cui appartiene il governatore di San Paolo Geraldo Alkmin, che in un tipico riflesso condizionato dei ceti medi locali ha subito difeso l’attuazione della polizia, senza se e senza ma.

Mentre al Pt appartiene il sindaco di San Paolo Fernando Haddad, che con un colpo al cerchio e uno alla botte ha criticato sia la polizia sia il “vandalismo” dei manifestanti, cui ha spiegato che per trovare i 2 miliardi di euro necessari a assicurare il trasporto gratis bisognerebbe raddoppiare le tasse. Tuttavia i giovani del suo partito si sono uniti alla protesta.

Anche se ha chiesto ai sindaci di revocare gli aumenti dei biglietti e si è detta “orgogliosa” della protesta - come prova di democrazia - Dilma è stata fischiata allo stadio e la sua popolarità nei sondaggi è scesa dal dal 65 al 57%. Comunque il consenso resta altissimo e l’intenzione di voto a suo favore per le prossime presidenziali, pur scesa dal 58 al 51%, le permetterebbe ancora di vincere al primo turno. Per il secondo posto arrancano il leader del Psdb Aecio Neves e l'ex ministro dell’Ambiente Marina Silva, entrambi al 16%. La Silva è al momento impegnata nel difficile processo di fondazione di un nuovo partito. Al 6% sta il governatore la popolarità di Pernambuco Eduardo Campos, presidente del Partito Socialista Brasiliano (Psb).

Come in Cile (vedi sotto) e in tante altre parti del mondo compresa l’Italia, insomma, c’è un disagio che non si riconosce più né nella sinistra né nella destra tradizionali e che cerca nuovi canali di espressione. In Brasile neanche quella forma aggiornata di panem et circenses rappresentata da "Programma fame zero" e calcio riesce più a calmarla.

Succede la stessa cosa in Argentina, dove il decimo anniversario dell’era K (Kirchner) è stato festeggiato in un clima di trionfalismo, ma anche di crescenti critiche (1 e 2).

Cristina ha perso un'importante battaglia simbolica nello scontro tra Fútbol para Todos e Periodismo para Todos. Il primo è il programma governativo della tv statale e di alcune trasmissioni di tv gratuite e dell’interno del paese che dall’agosto del 2009 trasmettono in diretta gratis le partite della serie A nazionale, cui dall’agosto del 2011 si sono aggiunte anche le partite della serie B.

A parte la Iveco, sponsor del campionato, tutti gli altri spazi pubblicitari sono appaltati dal governo. Insomma, Cristina Kirchner si fa propaganda a tutto spiano, approfittando della passione degli argentini per il calcio. Ovviamente, a spese dei cittadini stessi, nella veste di contribuenti: Fútbol para todos costa in effetti 753,5 milioni di pesos all’anno (103,41 milioni di euro).

Periodismo para todos del privato Canal 13 è invece il programma del giornalista Jorge Lanata, la cui popolarità e ruolo si può paragonare a quel che è in Italia Report. Poiché in concomitanza con il decimo anniversario dall’arrivo dei Kirchner al potere, Lanata annunciava alcune puntate di denuncia particolarmente incandescenti, Fútbol para todos ha imposto la partita clou della giornata la sera della domenica in contemporanea con Lanata, per togliergli spettatori - malgrado le proteste delle squadre, cui è stato risposto che chi detiene i dritti tv ha il diritto di imporre l’orario che vuole.

Lanata, presentandosi ironicamente vestito da calciatore, ha vinto la sfida, conquistando share maggiori delle partite. Anche questo è un segnale, malgrado in Argentina per il momento non ci sia nessuna opposizione apparentemente in grado di sconfiggere alle urne la macchina kirchnerista.

Quanto al Cile, il 30 giugno sono in agenda le primarie del centrosinistra. Michelle Bachelet, che per il divieto costituzionale alle immediate ricandidature dopo il suo mandato era andata a fare la direttrice di Onu Donne, nello scendere in campo ha svoltato nettamente a sinistra rispetto al profilo di una Concertación che a sua volta si era spostata a sinistra ristabilendo l’alleanza col Partito Comunista. Quest'ultimo l'appoggia assieme ai due partiti socialisti e a altri due gruppi di sinistra minori, contro gli altri tre pre-candidati delle primarie.

Uno è José Antonio Gómez: ex-ministro della Giustizia, presidente del Partito radicale socialdemocratico e fautore a sua volta di un programma progressista: convocare un’Assemblea Costituente per elaborare una nuova Costituzione al posto di quella ereditata dal regime militare; consolidamento dell’istruzione pubblica; riforma tributaria; nuova matrice energetica al posto di quella fortemente basata su impianti idroelettrici che causano dure proteste da parte delle comunità indigene che si trovano espropriate.

Il secondo è Claudio Orrego, un democristiano ex ministro dell’Abitazione e dei Beni Nazionali, e ex sindaco di Peñalolén, comune dell’area metropolitana di Santiago: è il candidato più vicino allo storico profilo moderato della Concertación, che ora si è ribattezzata ufficialmente Nova Maggioranza.

Il terzo è Andrés Velasco: un economista indipendente di orientamento liberale, che si dice seguace di Tony Blair e, pur essendo stato ministro delle Finanze della Bachelet, si presenta ora come suo principale sfidante proprio da un punto di vista di difesa del modello economico liberista.

Il dibattito tv tra i quattro ha visto scontrarsi la Bachelet e Velasco proprio sul tema della gratuità degli studi universitari, all’origine della protesta studentesca. La Bachelet vuole infatti che sia gratis per tutti; Velasco solo per i figli di genitori non abbienti. Scontro anche sul sistema pensionistico: un famoso “fiore all’occhiello” del regime militare, i cui gestori privati pagano però pensioni che sono appena un terzo degli stipendi. La Bachelet vuole affiancarvi un’entità statale; per Velasco “non si risolverebbe niente, diciamola la verità alla gente”.

Quanto alla Costituente, anch’essa osteggiata da Velasco, la Bachelet non si formalizza sugli strumenti, ma insiste che comunque il Cile non può continuare ad avere una Costituzione fatta da un regime militare. In compenso Velasco difende le minoranze sessuali ed è appoggiato da noti leader gay, oltre che dal nuovo movimento Red Liberal, mentre Orrego è contrario sia al matrimonio tra persone dello stesso sesso che all’aborto terapeutico.

Nei sondaggi sulle primarie la Bachelet arriva addirittura al 76,2%, contro il 7,5% di Velasco, il 2,7% di Orrego e lo 0,9% di Gómez. Sembra evidente che Velasco e Orrego non stanno correndo per queste elezioni, ma per costruire una candidatura per quelle del 2017. 

Quanto alla destra, il candidato più popolare era l’ex ministro delle Miniere, Opere Pubbliche e Energia Laurence Golborne Riveros, ma ha dovuto rinunciare il 29 aprile, per via di uno scandalo di evasione fiscale. Restano in lizza dunque l’ex ministro della Difesa Andrés Allamand per il partito Renovación nacional e l’ex ministro dell’Economia Pablo Longueira Montes per l’altro partito, Unione democratica indipendente.

Secondo gli ultimi sondaggi sul voto presidenziale, antecedenti al ritiro di Golborne, la Bachelet sarebbe al 43% contro l’8,8% dello stesso Golborne, il 5,8% di Allamand, il 5,5% di Marco Enríquez-Ominami (che oltre che dal suo Partito progressista è appoggiato anche dal nuovo Partito liberale), il 3,6% dell’indipendente Franco Parisi, il 2,8 di Velasco e l’1,1 di Orrego. Insomma, non c’è storia.

Sarà interessante vedere se riusciranno a entrare in Congresso i leader della protesta studentesca che si sono candidati: la 25enne geografa Camila Vallejo, ora incinta, col Partito Comunista; l’ex presidente della Federación de estudiantes de la Universidad Católica (Feuc), Giorgio Jackson, col suo nuovo partito Revolución democrática; gli ex presidente e vicepresidente della Federación de estudiantes de la Universidad de Chile (Fech), Gabriel Boric e Francisco Figueroa, col movimento Izquierda autónoma.

Dopo un 2012 relativamente giù di tono, gli studenti nel 2013 sono stati protagonisti di un’altra grande manifestazione, con le 150 mila persone portate in piazza l’11 aprile a Santiago (anche se poi il 28 maggio una pioggia è bastata a ridurre i manifestanti a un migliaio). Sebbene ora la Bachelet voglia venire incontro alle loro richieste, questi leader non dimenticano che nel 2006 le proteste studentesche iniziarono proprio contro il suo governo. Anche le comunità indigene sono diffidenti. È però importante rilevare come il sistema politico cileno stia dimostrando di essere in grado di cooptare nel gioco democratico anche queste manifestazioni di inconformità.

Per approfondire: Brasile 2014, i mondiali della corruzione

Maurizio Stefanini, giornalista professionista e saggista. Free lance, collabora con Il Foglio, Libero, Limes, Longitude, Agi Energia. Specialista in politica comparata, processi di transizione alla democrazia, problemi del Terzo Mondo, in particolare dell’America Latina, e rievocazioni storiche. Ha scritto: I senza patria; Avanzo di Allah cuore del mondo. Il romanzo dell'Afghanistan; I nomi del male; Grandi coalizioni. Quando funzionano, quando no; Ultras. Identità, politica e violenza nel tifo sportivo da Pompei a Raciti e Sandri; Il partito «Repubblica». Una storia politica del giornale di Scalfari e Mauro; Sesso & potere. Grandi scandali di ieri e di oggi. Ha scritto per Il Foglio una biografia di Fidel Castro in cinque puntate e una biografia di Hugo Chávez in venti puntate. Ha redatto il capitolo sull’Emisfero Occidentale in Nomos & Kaos Rapporto Nomisma 2010-2011 sulle prospettive economico-strategiche.
(19/06/2013)

Caccia globale agli evasori fiscali

da www.ilsole24ore.com


ENNISKILLEN. Dal nostro inviato
Il Gruppo degli Otto ha annunciato ieri un ambizioso giro di vite contro l'evasione fiscale, promuovendo il principio dello scambio automatico di dati. Tra le altre cose, le multinazionali saranno chiamate a pubblicare profitti Paese per Paese. L'impegno è tutto da verificare nella pratica, tanti sono gli ostacoli e le ritrosie a livello mondiale. La presa di posizione tuttavia influenzerà il dibattito tra i 27, impegnati a rafforzare l'integrazione in campo fiscale.
«Lavoreremo con l'obiettivo di restaurare la fiducia nell'equità e nell'efficienza delle pratiche e delle norme fiscali a livello internazionale di assicurare che ciascun Paese riesca a raccogliere le tasse che gli spettano», si legge nel comunicato dopo una due-giorni di incontri a Enniskillen, in Irlanda del Nord, tra i capi di Stato e di Governo degli otto Paesi più industrializzati del mondo. L'impegno è stato salutato da molte associazioni senza scopo di lucro solo come un primo passo.
La tassazione è al centro del tentativo del G-8 di sostenere l'economia globale, mentre nel mondo occidentale la crisi debitoria induce i Governi ad aumentare il gettito fiscale. Nel loro comunicato, i Paesi hanno anche messo l'accento sul commercio internazionale dopo la decisione di Stati Uniti ed Europa di perseguire un accordo di libero scambio. «Abbiamo deciso di nutrire la ripresa globale sostenendo la domanda, risanando le finanze pubbliche, sfruttando tutte le fonti di crescita».
Il G-8 si è impegnato «a far sì che un sistema automatico di scambio di dati tra autorità fiscali diventi il nuovo standard a livello globale». E ancora: «Lavoreremo con l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) per sviluppare rapidamente uno schema multilaterale che renderà più facile per i Governi trovare e punire gli evasori fiscali». Stati Uniti, Canada, Russia, Giappone, Francia Germania, Italia e Gran Bretagna vogliono anche imporre nuovi obblighi alle società.
In questo senso, l'Ocse dovrà creare un "modulo comune" che le multinazionali saranno chiamate a utilizzare nel pubblicare Paese per Paese quante tasse pagano e dove generano profitti. La decisione giunge dopo che vicende clamorose hanno avuto come protagonisti alcune società americane. A Google, Starbucks o Amazon è stato rimproverato di utilizzare le lacune dei sistemi legali per spostare gli utili da un Paese all'altro pur di pagare meno imposte.
Da notare nella dichiarazione di ieri l'accenno al controllo delle fiduciarie e del loro ruolo ambiguo nell'evasione fiscale di persone fisiche e persone giuridiche. Nel contempo, i Paesi del Gruppo degli Otto vogliono modificare le loro legislazioni nazionali perché la vera proprietà delle aziende sia trasparente. L'obiettivo è anche di impedire il riciclaggio di denaro sporco. Tuttavia, il G-8 non ha preso un impegno fermo a creare un registro dei veri proprietari di società, come promesso da Londra a suo tempo.
Il problema della trasparenza nell'assetto proprietario delle società riguarda situazioni a primo acchito impensabili, come la legislazione del Delaware. A bloccare questo passaggio cruciale sarebbero stati Berlino, Ottawa e Washington. C'è poi da notare che se Londra ha firmato un accordo con i territori britannici d'oltre mare per puntare sullo scambio di dati, la Francia ha legami politici ambigui con due principati ritenuti da molti osservatori dei paradisi fiscali: Monaco e Andorra.
Nel frattempo, il G-8 si è però impegnato a rafforzare la trasparenza delle società estrattive, che nel corso degli anni hanno assunto un potere enorme nell'influenzare l'andamento delle economie, soprattutto quelle meno ricche. Dinanzi ai risultati del G-8, le organizzazioni senza scopo di lucro hanno avuto reazioni contrastanti. Jubilee ha parlato di «dichiarazione storica» che porterà a «una responsabilizzazione delle aziende». Oxfam si è detta delusa della mancanza di intesa su un registro delle società.
Ciò detto, la presa di posizione del G-8 influenzerà il dibattito sul futuro della collaborazione fiscale tra i 27. La Commissione ha appena presentato un nuovo progetto di direttiva che impone lo scambio automatico di informazioni su una serie di redditi. Gli sforzi europei in questa direzione sono però ostaggio degli ostacoli posti finora dal Lussemburgo e dall'Austria. Il comunicato del G-8 sarà un nuovo strumento nelle mani degli altri 25 per mettere sotto pressione questi due Stati membri.

lunedì 17 giugno 2013

Al via il G8 su Siria e crisi economica. Obama in pressing su Putin

da www.ilsole24ore.com


Al via il G8 su Siria e crisi economica - Letta al debutto, obiettivo lavoro e crescita - Datagate, leader del G20 spiati da Londra e Usa nel 2009
SLIGO - Il primo appuntamento di Barack Obama al G8 britannico, che David Cameron ha voluto in Irlanda del Nord, sarà questa mattina intorno alle 10,30 ora italiana davanti al porto di Belfast. Parlerà agli irlandesi, ma parlerà al mondo, soprattutto a quel mondo che resta diviso da conflitti etnici e religiosi per dimostrare che la pace è possibile. Che l'esempio del successo in Irlanda del Nord puòvalere per tutti.

Il discorso farà da cornice alla tematica politica principale di questo G8 britannico la questione siriana. Più tardi nel pomeriggio Obama avrà un incontro con il presidente russo Vladimir Putin, cercherà di convicerlo che l'uso di armi chimiche da parte del regime di Assad richiede un intervento immediato e coordinato fra le grandi potenze. Ma Putin ha già detto di dubitare delle prove americane. Ha riafferamto il suo appoggio ad Assad e ha messo in una situazione difficile Obama che da due anni chiede che Assad se ne vada. Ora, con l'ingresso in campo di Hezbollah, con la presa di località
strategiche chiave come Qusayr, con un indebolimento progressivo dei ribelli, il governo ufficiale a Damasco si trova in vantaggio e Washington in gravi difficoltà. L'incontro con Putin sarà chiave per capire fino a che punto Obama intende spingersi per aiutare i ribelli e danneggiare il regime di Assad anche contro la posizione della Russia.

Il secondo tema centrale per l'America è quello economico. Il messaggio, soprattutto agli europei è chiaro: noi abbiamo fatto la nosttra parte ora tocca voi stimolare la crescita e creare posti di lavoro. Ma più che al G8 i mercati presteranno attenzione soprattutto alla Federal Reserve, domani e mercoledì il Comitato Monetario (Fomc) si riunirà per decidere se e come allentare gli acquisti per 80 miliardi di dollari al mese di titoli del Tesoro americano. Il mercato sconta che l'exit strategy partirà presto. E attende segnali dall'Europa: il tempo stringe e la Bce non ha ancora fatto girare al massimo i motori dello stimolo monetario.

domenica 2 giugno 2013

Fare il bagno in Lapponia: sul tetto del mondo temperature record

da www.ilsole24ore.com


Stanchi dei 17 gradi e pioggerella di Venezia o dei 20 di Roma e i 22 di Palermo? Basta prendere l'aereo e andare al Circolo polare artico dove si sta benone, si prende il Sole e si fa il bagno, in questa pazza estate che vede il tetto del mondo a temperature record, mai registrate mentre qui da noi sembra quasi ottobre inoltrato.
Un campo di alte pressioni insiste infatti alle latitudini settentrionali, verso il Circolo polare artico, garantendo stabilità e clima molto mite dall'alta Russia alla Scandinavia, dove si registrano in questi giorni temperature assurde per quei luoghi, come le massime sui 30 gradi e minime fra i 15 e i 20°C della Lapponia.
Babbo Natale insomma si mette quest'anno in costume da bagno dato che abbiamo +30.5°C toccati nella giornata di ieri a Kevo, nel nord della Finlandia, proprio ai limiti del Circolo polare artico. In Norvegia non sono da meno e si registrano egualmente 30 gradi centigradi a 70 gradi di latitudine nord. Record assoluto da quando si registrano le temperature.
Ma che succede, si è capovolto il mondo? Effettivamente la situazione è un po' anomala, quel che capita è che nell'Europa nord occidentale, dall'Italia all'Inghilterra e fino alla Spagna, insiste un vortice depressionario, con freddo e brutto tempo che stiamo subendo da settimane, mentre al nord, e anzi proprio per questo, continua l'alta pressione e il caldo investe la parte orientale dell'Europa, dalla Grecia in su, arrivando appunto fino a latitudini del tutto inusuali.
È quindi una situazione piuttosto anomala, che probabilmente fa molto piacere agli abitanti di quelle, generalmente, freddissime città dove in questo fine settimana, piuttosto bruttino da noi, si può fare il bagno e prender il sole. In sostanza grazie a questo stana situazione masse d'aria calda si spostano dalla Libia e Egitto,verso il mar Baltico la Russia e la Scandinavia, dove si generano vere e proprie onde di calore. La situazione, come dicono i meteorologi, sembra abbastanza "bloccata" per cui durerà probabilmente ancora qualche giorno.

venerdì 31 maggio 2013

Ritorna in Asia lo spettro della crisi del '97

da www.ilsole24ore.com


Lunghe file di correntisti, ansiosi, che cercano di recuperare i loro risparmi. Camion carichi di banconote, che dalla banca centrale accorrono agli sportelli per soddisfare la domanda dei risparmiatori. Sono scene che in Eurolandia sono state evitate. In Vietnam, no: l'anno scorso dopo l'arresto di uno dei fondatori, la più grande banca privata, la Asia commercial bank (Acb), e i suoi clienti hanno vissuto questo incubo. E non sono stati i soli: altre piccole aziende di credito del paese sono rimaste prive di liquidità e hanno visto lunghe code di persone accalcarsi alle filiali.
Ora il sistema è in ristrutturazione e le cose sembrano migliorare un po', anche se in media si riesce a recuperare solo il 15% del valore dei prestiti. Il Vietnam sta così uscendo dalla sua crisi bancaria - trasformatasi piuttosto in una crisi politica - che in nulla si distingue dalle altre: le sofferenze, ufficialmente al 10%, avevano raggiunto il 40-50% dei prestiti, cresciuti a un ritmo forsennato fino al 100% del pil. Il rialzo dei tassi, consigliato anche dal Fondo monetario internazionale (Fmi) per combattere un'inflazione giunta al 20%, aveva poi fatto esplodere la bomba creditizia.
Per l'area asiatica è stato un monito. Lo spettro della crisi asiatica del '97-98 aleggia ancora, in quelle zone. Anche altrove il credito bancario è salito rapidamente superando i livelli di quella bolla rovinosa: a Singapore, in Cina (dove c'è un ampio, oscuro, settore finanziario "ombra"), a Hong Kong, a Taiwan. Non in Malaysia, in Thailandia e in Corea del Sud dove comunque i prestiti bancari sono al 100% del pil o oltre, e cominciano a preoccupare. Anche perché il fenomeno è alimentato in buona parte da quella forte corrente di risorse finanziarie in fuga dai tassi bassi dell'Occidente. Il flusso corre alla ricerca di rendimenti più interessanti e spesso li trova nei bond privati e pubblici asiatici (e non solo). La forte crescita delle economie dell'area compensa infatti il maggior rischio.
Cosa accadrà, però, quando la Fed, o la Bce, inizieranno a far salire i tassi? Ci sarà una brusca inversione di rotta della corrente? Il rischio c'è: i flussi finanziari sembrano statisticamente sensibili - in base a un'analisi dell'Institute of International finance - alla liquidità globale in circolazione, oltre che alla crescita economica e all'avversione al rischio.
La situazione, comunque, sembra per ora sotto controllo. I flussi sono ingenti, ma non sembrano eccessivi. Raggiungono il 4% del pil dei sette maggiori paesi dell'area (esclusa la Cina), contro il 7% e oltre della fase precedente la crisi del '97 e il 6% del 2007. La forte crescita promette inoltre di portare quel rapporto ancora più in basso. Il 60% circa della corrente è inoltre legato a investimenti diretti, strutturalmente più stabili. «I mercati si sono chiaramente "riscaldati" - spiega l'Fmi nell'ultimo rapporto regionale - soprattutto in alcune economie, ma non sono surriscaldati». Qualche spia si è accesa per Singapore, le Filippine e, nell'immobiliare, Hong Kong. I "cuscinetti" delle banche sono stati comunque rafforzati, anche se restano un po' più bassi di quelli prevalenti nell'America Latina.
Soprattutto, gran parte del credito viene concesso in moneta locale. È un fattore tranquillizzante: uno studio di Stefan Avdjiev, Robert McCauley e Patrick McGuire per la Banca dei regolamenti internazionali (Bri) mostra che proprio l'indebitamento in valuta è il fattore chiave di rischio, soprattutto in Asia. La loro analisi, ferma però al 2011, mostra che i prestiti in dollari sono cresciuti dal 2009 a ritmi più rapidi di quelli totali in Cina, Hong Kong, Indonesia, in Thailandia (un +1.400% ma da livelli infimi) e nelle Filippine. Solo in Indonesia e nelle Filippine hanno però superato il 10% del totale; e se in Cina e in Corea del Sud «non c'è spazio per adagiarsi sugli allori» la situazione è lontana da quella della crisi del '97.
Quell'episodio ha oltretutto insegnato molte cose: le riserve valutarie delle banche centrali continuano a crescere, collocandosi in media attorno ai 6 mesi di importazioni. In definitiva, anche se «gli squilibri finanziari possono peggiorare relativamente presto» i rischi, nota l'Fmi, «non sembrano sollevare grandi, immediate preoccupazioni a questo stadio». È sempre bene, comunque, monitorare la situazione.

lunedì 27 maggio 2013

Kerry annuncia: 4 miliardi di dollari per ricostruire l'economia palestinese

da www.ilsole24ore.com


John Kerry (Epa)John Kerry (Epa)
MAR MORTO (Giordania) - Miracolo. La mummia del processo di pace fra israeliani e palestinesi ha riaperto gli occhi. Non per merito dei politici ma degli imprenditori privati delle due parti e di un piano di ricostruzione economica della Palestina da 4 miliardi di dollari, lanciato da John Kerry, il segretario di Stato americano.
È accaduto tutto al World Economic Forum mediorientale qui, sulle silenziose rive giordane del Mar Morto. Fino a ieri sera sembrava che il vertice economico annuale avesse assimilato lo stato di depressione della regione: conflitti, mancanza di prospettive politiche, crisi sociale. D'improvviso la scena si è illuminata sulla più antica, profonda e dimenticata delle ferite. John Kerry, da due mesi nella regione nel tentativo di ridare vita al processo politico di pace, ha annunciato un piano di rilancio dell'economia di Gaza e della Cisgiordania. Saranno investiti 4 miliardi di dollari. Apparentemente non è molto ma il Pil attuale della Palestina è di 5,7 miliardi. «Ho parlato con tutti – ha detto il segretario americano, candidato democratico alla presidenza nel 2004 – brasiliani e neozelandesi, europei, cinesi e giapponesi. Sono tutti d'accordo».
Turismo, edilizia, agricoltura, manifattura leggera. «I nostri esperti dicono che in cinque anni il Pil palestinese aumenterà del 50% , i posti di lavoro di due terzi i posti, del 40% i redditi. Agricoltura e turismo si triplicheranno. Parliamo di un luogo da 4 milioni di abitanti: è possibile».
Se non portasse male, si potrebbe chiamare Piano Marshall per la Palestina. Ma la definizione è già stata inflazionata negli anni Novanta senza che accadesse nulla, eccetto una seconda Intifada.
Il piano, tuttavia, non sarebbe stato possibile senza che parallelamente 300 israeliani e palestinesi, soprattutto imprenditori privati, oltre ad accademici ed esperti di sicurezza, non avessero creato all'ombra del World Economic Forum l'iniziativa "Spezzare l'impasse". Vi partecipa la crema dell'imprenditoria privata di Israele e Palestina.
I leaders sono gli uomini più ricchi e gli imprenditori più famosi delle due comunità: l'israeliano Yossi Vardi, il padre dell'hi-tech, fondatore di 60 startup; il palestinese Munib al Masri, il "Duca di Nablus", elegante e visionario, fondatore di Padico, la holding con 35 imprese, dalle telecomunicazioni, all'energia, alla catena degli hotel Intercontinental.
«L'anno scorso ho compiuto 70 anni, ne avevo 25 quando ne 1967 scoppiò la guerra dei Sei Giorni», racconta Yossi Vardi. «Se guardo indietro mi accorgo di aver speso la mia vita ad osservare un conflitto troppo lungo e troppo doloroso. Adesso basta. Siamo parte di una maggioranza silenziosa che non vuole più essere silenziosa. Fare la pace è compito dei leaders politici. Noi siamo qui per incoraggiarli: non vogliamo più essere spettatori passivi. A partire dal prossimo mese intensificheremo i nostri sforzi».

Se il prossimo mese ci sarà una trattativa di pace. John Kerry ricorda che «il processo economico è solo parte della risposta, non sostituisce quello politico che è la nostra priorità. Non è possibile uscire dal contesto della soluzione dei due Stati: uno israeliano e uno palestinese».
Ieri al World Economic Forum c'erano Kerry, il presidente palestinese Abu Mazen, il re giordano Abdullah e il presidente d'Israele Shimon Peres che fra tre mesi compirà 90 anni, vecchio combattente del processo di pace ma privo del potere esecutivo. Come per dimostrare che oltre l'entusiasmo dei 300 imprenditori e l'applicazione del World Economic Forum la questione resta intratabile, mancava un protagonista fondamentale: Bibi Netanyahu. È l'osso più duro per arrivare alla soluzione dei due Stati.
Il processo di pace è ormai fermo da due anni. Abu Mazen si rifiuta di tornare al negoziato fino a che Israele non congela l'allargamento degli insediamenti nei Territori occupati. Netanyahu non pone condizioni ma non ha ancora chiarito di volere uno Stato palestinese: molti ministri del suo Governo sono dichiaratamente contrari.
In questi due mesi di colloqui Kerry ha costruito una proposta per tornare al negoziato. I palestinesi accettano di riprenderlo incondizionatamente; senza dichiararlo, gli israeliani riconoscono implicitamente la necessità di fermare l'allargamento delle colonie. Su questa base il negoziato riprende su due capitoli: la definizione dei confini dei due Stati sulla base (solo come punto di riferimento) di quelli precedenti alla guerra del 1967, accettando scambi territoriali; e le garanzie per la sicurezza di Israele. Abu Mazen teme che l'obiettivo di Netanyahu, implicitamente sostenuto dagli Usa, sia un accordo per uno Stato palestinese e confini provvisori. «Io non parlo di frontiere temporanee ma di accordo definitivo di pace. Il presidente Obama è direttamente impegnato nella soluzione del conflitto», chiarisce con forza John Kerry.
In questi giorni il segretario di Stato torna a Washington. A israeliani e palestinesi lascia due settimane di tempo per accettare o respingere la sua proposta. «Se questo esperimento fallisce, che cosa resterà come alternativa? vogliamo vivere con un'Intifada permanente?». Nel mondo sono molti i leaders politici inadeguati ai problemi che dovrebbero risolvere. Il Medio Oriente non è un'eccezione. Bibi Netanyahu continua a tacere. E ieri sera al World Economic Furum Abu Mazen ha parlato a lungo delle rivendicazioni palestinesi senza dire quello che contava davvero: «Torno al negoziato». Se fra due settimane l'ostinazione continuerà a prevalere sul realismo, Yossi Vardi e il suo amico Munib al Masri resteranno soli con la loro determinazione.

Non chiamatele primavere arabe, ma paesi in transizione

da www.ilsole24ore.com


La regina Rania di Giordania durante un intervento al World Economic Forum (Afp)La regina Rania di Giordania durante un intervento al World Economic Forum (Afp)
MAR MORTO (Giordania) - Non chiamatele più Primavere arabe. Egitto, Tunisia, Libia, Marocco, Giordania e Yemen sono "Paesi in transizione". Non più la poesia di un nome pieno di promesse ma una definizione scientifica più adatta alla difficile realtà: la transizione è una condizione di mezzo, potrebbe anche fallire.

Più delle rivolte di piazza, della sfida salafita, del militarismo e delle resistenze dei vecchi regimi, la minaccia più grave al superamento con successo della fase di transizione, è economica. Ed è su questo fronte che alle porte del Medio Oriente si addensa una tempesta perfetta: dopo le rivolte l'aspettativa delle opinioni pubbliche è alta, i nuovi governi faticano a imporre le riforme necessarie, i conflitti locali non si attenuano, la crisi europea si riflette sulla regione, gli scenari energetici stanno cambiando fino al punto di non escludere uno shock petrolifero.

Sul piano statistico le cose non sembrano drammatiche. Secondo il nuovo Outlook regionale del Fondo Monetario Internazionale, del quale si è parlato qui, al World Economic Forum sulla riva giordana del Mar Morto, nel 2012 la crescita è stata del 5,7% nei Paesi esportatori di petrolio (il forziere del Medio Oriente) e del 2,7 negli importatori; nel 2013 sarà del 3,2 e del 3; l'anno prossimo del 3,7 e del 3,6%.

Poiché quelli privi di risorse energetiche sono i Paesi dove erano esplose le Primavere – l'unica eccezione è la Libia – un incremento di tre punti è quasi miracoloso. Ma è l'equivalente mediorientale della "crescita hindù", come Amartya Sen un tempo chiamava lo sviluppo costante ma non sufficiente per fare uscire l'India dal suo stato di povertà. Più della metà della popolazione del Medio Oriente arabo (380 milioni, erano 247 milioni nel 1990) ha meno di 25 anni. In questo decennio devono essere creati 75 milioni di nuovi posti di lavoro, cioè il 40% in più di quelli esistenti. E questo spiega più di ogni altra considerazione le cause delle Primavere arabe.

Esistono alcuni limiti strutturali apparentemente impossibili da riformare: prima e dopo le rivolte. La piccola e media impresa rappresenta i due terzi dell'imprenditoria privata formale e garantisce l'80% dell'impiego. Ma riesce a raccogliere solo l'8% del credito. L'interscambio all'interno della regione è l'8,7% dei suoi commerci: in Europa è il 63,7 e il 66,8 nel Pacifico asiatico.
Nel 2012 i sussidi all'energia - 240 miliardi, cioè l'8,5% del Pil mediorientale - hanno drenato il 22% delle risorse pubbliche. Quelli alimentari sono stati solo lo 0,7%. E' stato provato che i sussidi non sono lo strumento migliore proteggere le fasce sociali più deboli, tuttavia i governi in transizione hanno gravi difficoltà a ristrutturarli: il credito da 4,8 miliardi del Fondo Monetario concordato con l'Egitto è congelato perché il presidente Morsi non riesce a completare la riforma sui sussidi.

Sempre nel 2011 i venture capitalist mediorientali erano stati in grado di raccogliere fondi per finanziare 65 startup. Nello stesso anno in Israele – meno di nove milioni di abitanti – ne sono nate 546. Fino ad ora questi limiti strutturali venivano bilanciati dalla ricchezza dei Paesi esportatori, soprattutto dai regni e dagli emirati del Consiglio di cooperazione del Golfo che nel 2012 avevano accumulato un surplus da 440 miliardi di dollari.

Ma il quadro sta cambiando, come testimonia l'outlook del Fondo monetario: le incertezze politiche regionali "fino ad ora non hanno avuto un impatto materiale sulla produzione degli idrocarburi, ma a breve termine un deterioramento della sicurezza o l'intensificarsi delle tensioni geopolitiche potrebbe influire sulle esportazioni. A medio termine l'aumento dei costi per la sicurezza e un clima meno attraente per gli investimenti potrebbero ridurre il ritmo col quale le forniture si espandono. I rischi a lungo termine per il prezzo degli idrocarburi comprendono la moltiplicazione in altre parti del mondo della rivoluzione del shale americano".

La ripresa a pieno regime della produzione petrolifera in Libia, è stata una delle ragioni del 5,7% di crescita dei Paesi esportatori nel 2012. Ad eccezione del Bahrein, nessun altro è stato raggiunto dal vento elle Primavere arabe. Ma anche questo ha avuto un costo: sauditi, Qatar ed Emirati hanno moltiplicato la spesa sociale. Aumento degli stipendi per militari e dipendenti pubblici, case popolari, studi gratuiti fino all'università, nuovi sussidi.
Ma il forziere non è senza fondo: il surplus dei Paesi petroliferi quest'anno si ridurrà a 370 miliardi e continuerà a scendere, seguendo l'andamento dei prezzi del barile. In Arabia Saudita il surplus è quasi azzerato. "Molti Paesi esportatori", ha spiegato al World Economic Forum Masood Ahmed, il direttore del dipartimento mediorientale del Fondo Monetario, "stanno affrontando spese che possono essere sostenute solo con gli attuali livelli di produzione e di prezzi". Ma la crisi europea, il rallentamento economico cinese, le promesse dello shale americano e le incertezze geopolitiche non sono una garanzia di rendimento e prezzi corposi.

giovedì 9 maggio 2013

Due coreani, un messicano, un brasiliano e un'europea... La nuova geopolitica delle organizzazioni internazionali

da www.ilsole24ore.com


Con la nomina di Roberto Azevedo a direttore generale del Wto - che da settembre prenderà il posto del francese Pascal Lamy - cambia la geopolitica ai vertici delle grandi organizzazioni internazionali. Avanzano Sud America e Asia, mentre il vecchio continente perde inesorabilmente terreno.
Wto
Il diplomatico brasiliano Roberto Azevedo è stato appena selezionato per essere il prossimo direttore generale dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto). Il suo nome è emerso dall'ultimo giro di consultazioni confidenziali, condotte tra i rappresentanti dei 150 Paesi membri dell'Organizzazione. Azevedo è il primo sudamericano che ricoprirà questa carica.
Ocse
Il sudamerica è però già rappresentato nelle organizzazioni internazionali. Il messicano José Ángel Gurría Treviño è, dal 1º giugno 2006, il segretario generale dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.
Onu
Alla guida l'Organizzazione mondiale delle nazioni unite c'è invece un coreano: Ban Ki-moon. Rieletto segretario generale il 1 gennaio del 2012, è al suo secondo mandato. Prima della sua elezione, tra il 2004 e il 2006, è stato Ministro degli esteri della Repubblica di Corea.
Banca Mondiale
Dalla Corea viene anche il numero uno della Banca Mondiale. Il 23 marzo 2012 il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha deciso di nominare per il quinquennio 2012-2017 il medico e antropologo di origine coreana, sebbene naturalizzato americano, Jim Yong Kim. Prima di lui la carica era stata ricoperta dall'americano Robert Bruce Zoellick.
Fmi
Con l'uscita di scena di Pascal Lamy dal Wto, la francese Christine Lagarde resterà l'unica persona di origini europee ai vertici di una grande organizzazione internazionale. Guida il Fondo monetario dal 5 luglio 2011.

mercoledì 8 maggio 2013

Elisabetta non andrà al summit Commonwealth E' la prima volta in 40 anni. Al suo posto Carlo

da www.repubblica.it

La regina d'Inghilterra rinuncia a partire per il vertice nello Sri Lanka. Per ora non ha alcuna intenzione di abdicare, seguendo l'esempio della sovrana d'Olanda. Ma il figlio avrà più visibilità 


LONDRA- Domani andrà come ogni anno in parlamento, per il tradizionale discorso a camere riunite in cui presenta le proposte di legge del "suo" governo (anche se non è stata lei a sceglierle, ma così vuole la forma). E tuttavia da oggi la regina Elisabetta rinuncia a una parte delle sue funzioni: per la prima volta in quarant'anni, la sovrana ha deciso di non andare a presiedere il summit annuale del Commonwealth, l'associazione che raccoglie le ex-colonie britanniche. Il vertice si svolgerà in novembre nello Sri Lanka e la casa reale ha pensato che, a 87 anni di età, Sua Maestà debba smetterla di affrontare viaggi così lunghi e pesanti. Al suo posto ci sarà, anche questa è la prima volta, il principe Carlo, che alla bella età di 64 anni comincia dunque a fare, se non il re, almeno il "vicerè".

Fonti di Buckingham Palace negano che la notizia sia sintomo di un qualche malessere: Elisabetta II, sebbene reduce da una fastidiosa gastroenterite che il mese scorso l'ha costretta a un ricovero  in ospedale, non è malata. Ma proprio perché sta bene di salute e perché intende continuare a regnare il più a lungo possibile, se non fino alla morte, la regina avrebbe accettato di limitare le attività più faticose, per "preservare meglio la monarchia", dice all'Evening Standard uno dei suoi portavoce, ovvero per conservare meglio se stessa, che è la stessa cosa, essendo sul trono da più di sessant'anni. Dunque la rinuncia al volo fino in Estremo Oriente non significa affatto che Elisabetta si prepari a seguire l'esempio della regina d'Olanda, per abdicare in favore di un figlio che aspetta da tempo la corona; al contrario, non farà più certi voli perché non vuole ritrovarsi costretta ad abdicare.

Ciò non toglie che dare più mansioni, poteri e visibilità a Carlo sia anche un modo di preparare un passaggio di consegne che prima o poi è destinato ad avvenire, sempre che i Windsor non ci ripensino e saltino un turno nella dinastia, facendo ereditare lo scettro al nipote di Elisabetta, e figlio di Carlo, il principe William, assai più popolare del padre, specie da quando è sposato con Kate Middleton, che in luglio darà un figlio a lui e un altro erede alla monarchia britannica. Oltre a inviare Carlo al summit del Commonwealth, la regina lo vorrà al suo fianco, domani, per la sontuosa cerimonia d'apertura del parlamento; e oltre a Carlo, che mancava l'appuntamento da 17 anni, ci sarà anche sua moglie Camilla, e per lei è la prima volta. Alla sua maniera, insomma, la regina lascia spazio agli altri membri più importanti della famiglia reale. Pur restando fermamente sul trono, anche senza fare più i voli a lungo raggio: una rinuncia ben comprensibile, a 87 anni.