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venerdì 31 maggio 2013

Ritorna in Asia lo spettro della crisi del '97

da www.ilsole24ore.com


Lunghe file di correntisti, ansiosi, che cercano di recuperare i loro risparmi. Camion carichi di banconote, che dalla banca centrale accorrono agli sportelli per soddisfare la domanda dei risparmiatori. Sono scene che in Eurolandia sono state evitate. In Vietnam, no: l'anno scorso dopo l'arresto di uno dei fondatori, la più grande banca privata, la Asia commercial bank (Acb), e i suoi clienti hanno vissuto questo incubo. E non sono stati i soli: altre piccole aziende di credito del paese sono rimaste prive di liquidità e hanno visto lunghe code di persone accalcarsi alle filiali.
Ora il sistema è in ristrutturazione e le cose sembrano migliorare un po', anche se in media si riesce a recuperare solo il 15% del valore dei prestiti. Il Vietnam sta così uscendo dalla sua crisi bancaria - trasformatasi piuttosto in una crisi politica - che in nulla si distingue dalle altre: le sofferenze, ufficialmente al 10%, avevano raggiunto il 40-50% dei prestiti, cresciuti a un ritmo forsennato fino al 100% del pil. Il rialzo dei tassi, consigliato anche dal Fondo monetario internazionale (Fmi) per combattere un'inflazione giunta al 20%, aveva poi fatto esplodere la bomba creditizia.
Per l'area asiatica è stato un monito. Lo spettro della crisi asiatica del '97-98 aleggia ancora, in quelle zone. Anche altrove il credito bancario è salito rapidamente superando i livelli di quella bolla rovinosa: a Singapore, in Cina (dove c'è un ampio, oscuro, settore finanziario "ombra"), a Hong Kong, a Taiwan. Non in Malaysia, in Thailandia e in Corea del Sud dove comunque i prestiti bancari sono al 100% del pil o oltre, e cominciano a preoccupare. Anche perché il fenomeno è alimentato in buona parte da quella forte corrente di risorse finanziarie in fuga dai tassi bassi dell'Occidente. Il flusso corre alla ricerca di rendimenti più interessanti e spesso li trova nei bond privati e pubblici asiatici (e non solo). La forte crescita delle economie dell'area compensa infatti il maggior rischio.
Cosa accadrà, però, quando la Fed, o la Bce, inizieranno a far salire i tassi? Ci sarà una brusca inversione di rotta della corrente? Il rischio c'è: i flussi finanziari sembrano statisticamente sensibili - in base a un'analisi dell'Institute of International finance - alla liquidità globale in circolazione, oltre che alla crescita economica e all'avversione al rischio.
La situazione, comunque, sembra per ora sotto controllo. I flussi sono ingenti, ma non sembrano eccessivi. Raggiungono il 4% del pil dei sette maggiori paesi dell'area (esclusa la Cina), contro il 7% e oltre della fase precedente la crisi del '97 e il 6% del 2007. La forte crescita promette inoltre di portare quel rapporto ancora più in basso. Il 60% circa della corrente è inoltre legato a investimenti diretti, strutturalmente più stabili. «I mercati si sono chiaramente "riscaldati" - spiega l'Fmi nell'ultimo rapporto regionale - soprattutto in alcune economie, ma non sono surriscaldati». Qualche spia si è accesa per Singapore, le Filippine e, nell'immobiliare, Hong Kong. I "cuscinetti" delle banche sono stati comunque rafforzati, anche se restano un po' più bassi di quelli prevalenti nell'America Latina.
Soprattutto, gran parte del credito viene concesso in moneta locale. È un fattore tranquillizzante: uno studio di Stefan Avdjiev, Robert McCauley e Patrick McGuire per la Banca dei regolamenti internazionali (Bri) mostra che proprio l'indebitamento in valuta è il fattore chiave di rischio, soprattutto in Asia. La loro analisi, ferma però al 2011, mostra che i prestiti in dollari sono cresciuti dal 2009 a ritmi più rapidi di quelli totali in Cina, Hong Kong, Indonesia, in Thailandia (un +1.400% ma da livelli infimi) e nelle Filippine. Solo in Indonesia e nelle Filippine hanno però superato il 10% del totale; e se in Cina e in Corea del Sud «non c'è spazio per adagiarsi sugli allori» la situazione è lontana da quella della crisi del '97.
Quell'episodio ha oltretutto insegnato molte cose: le riserve valutarie delle banche centrali continuano a crescere, collocandosi in media attorno ai 6 mesi di importazioni. In definitiva, anche se «gli squilibri finanziari possono peggiorare relativamente presto» i rischi, nota l'Fmi, «non sembrano sollevare grandi, immediate preoccupazioni a questo stadio». È sempre bene, comunque, monitorare la situazione.

lunedì 27 maggio 2013

Kerry annuncia: 4 miliardi di dollari per ricostruire l'economia palestinese

da www.ilsole24ore.com


John Kerry (Epa)John Kerry (Epa)
MAR MORTO (Giordania) - Miracolo. La mummia del processo di pace fra israeliani e palestinesi ha riaperto gli occhi. Non per merito dei politici ma degli imprenditori privati delle due parti e di un piano di ricostruzione economica della Palestina da 4 miliardi di dollari, lanciato da John Kerry, il segretario di Stato americano.
È accaduto tutto al World Economic Forum mediorientale qui, sulle silenziose rive giordane del Mar Morto. Fino a ieri sera sembrava che il vertice economico annuale avesse assimilato lo stato di depressione della regione: conflitti, mancanza di prospettive politiche, crisi sociale. D'improvviso la scena si è illuminata sulla più antica, profonda e dimenticata delle ferite. John Kerry, da due mesi nella regione nel tentativo di ridare vita al processo politico di pace, ha annunciato un piano di rilancio dell'economia di Gaza e della Cisgiordania. Saranno investiti 4 miliardi di dollari. Apparentemente non è molto ma il Pil attuale della Palestina è di 5,7 miliardi. «Ho parlato con tutti – ha detto il segretario americano, candidato democratico alla presidenza nel 2004 – brasiliani e neozelandesi, europei, cinesi e giapponesi. Sono tutti d'accordo».
Turismo, edilizia, agricoltura, manifattura leggera. «I nostri esperti dicono che in cinque anni il Pil palestinese aumenterà del 50% , i posti di lavoro di due terzi i posti, del 40% i redditi. Agricoltura e turismo si triplicheranno. Parliamo di un luogo da 4 milioni di abitanti: è possibile».
Se non portasse male, si potrebbe chiamare Piano Marshall per la Palestina. Ma la definizione è già stata inflazionata negli anni Novanta senza che accadesse nulla, eccetto una seconda Intifada.
Il piano, tuttavia, non sarebbe stato possibile senza che parallelamente 300 israeliani e palestinesi, soprattutto imprenditori privati, oltre ad accademici ed esperti di sicurezza, non avessero creato all'ombra del World Economic Forum l'iniziativa "Spezzare l'impasse". Vi partecipa la crema dell'imprenditoria privata di Israele e Palestina.
I leaders sono gli uomini più ricchi e gli imprenditori più famosi delle due comunità: l'israeliano Yossi Vardi, il padre dell'hi-tech, fondatore di 60 startup; il palestinese Munib al Masri, il "Duca di Nablus", elegante e visionario, fondatore di Padico, la holding con 35 imprese, dalle telecomunicazioni, all'energia, alla catena degli hotel Intercontinental.
«L'anno scorso ho compiuto 70 anni, ne avevo 25 quando ne 1967 scoppiò la guerra dei Sei Giorni», racconta Yossi Vardi. «Se guardo indietro mi accorgo di aver speso la mia vita ad osservare un conflitto troppo lungo e troppo doloroso. Adesso basta. Siamo parte di una maggioranza silenziosa che non vuole più essere silenziosa. Fare la pace è compito dei leaders politici. Noi siamo qui per incoraggiarli: non vogliamo più essere spettatori passivi. A partire dal prossimo mese intensificheremo i nostri sforzi».

Se il prossimo mese ci sarà una trattativa di pace. John Kerry ricorda che «il processo economico è solo parte della risposta, non sostituisce quello politico che è la nostra priorità. Non è possibile uscire dal contesto della soluzione dei due Stati: uno israeliano e uno palestinese».
Ieri al World Economic Forum c'erano Kerry, il presidente palestinese Abu Mazen, il re giordano Abdullah e il presidente d'Israele Shimon Peres che fra tre mesi compirà 90 anni, vecchio combattente del processo di pace ma privo del potere esecutivo. Come per dimostrare che oltre l'entusiasmo dei 300 imprenditori e l'applicazione del World Economic Forum la questione resta intratabile, mancava un protagonista fondamentale: Bibi Netanyahu. È l'osso più duro per arrivare alla soluzione dei due Stati.
Il processo di pace è ormai fermo da due anni. Abu Mazen si rifiuta di tornare al negoziato fino a che Israele non congela l'allargamento degli insediamenti nei Territori occupati. Netanyahu non pone condizioni ma non ha ancora chiarito di volere uno Stato palestinese: molti ministri del suo Governo sono dichiaratamente contrari.
In questi due mesi di colloqui Kerry ha costruito una proposta per tornare al negoziato. I palestinesi accettano di riprenderlo incondizionatamente; senza dichiararlo, gli israeliani riconoscono implicitamente la necessità di fermare l'allargamento delle colonie. Su questa base il negoziato riprende su due capitoli: la definizione dei confini dei due Stati sulla base (solo come punto di riferimento) di quelli precedenti alla guerra del 1967, accettando scambi territoriali; e le garanzie per la sicurezza di Israele. Abu Mazen teme che l'obiettivo di Netanyahu, implicitamente sostenuto dagli Usa, sia un accordo per uno Stato palestinese e confini provvisori. «Io non parlo di frontiere temporanee ma di accordo definitivo di pace. Il presidente Obama è direttamente impegnato nella soluzione del conflitto», chiarisce con forza John Kerry.
In questi giorni il segretario di Stato torna a Washington. A israeliani e palestinesi lascia due settimane di tempo per accettare o respingere la sua proposta. «Se questo esperimento fallisce, che cosa resterà come alternativa? vogliamo vivere con un'Intifada permanente?». Nel mondo sono molti i leaders politici inadeguati ai problemi che dovrebbero risolvere. Il Medio Oriente non è un'eccezione. Bibi Netanyahu continua a tacere. E ieri sera al World Economic Furum Abu Mazen ha parlato a lungo delle rivendicazioni palestinesi senza dire quello che contava davvero: «Torno al negoziato». Se fra due settimane l'ostinazione continuerà a prevalere sul realismo, Yossi Vardi e il suo amico Munib al Masri resteranno soli con la loro determinazione.

Non chiamatele primavere arabe, ma paesi in transizione

da www.ilsole24ore.com


La regina Rania di Giordania durante un intervento al World Economic Forum (Afp)La regina Rania di Giordania durante un intervento al World Economic Forum (Afp)
MAR MORTO (Giordania) - Non chiamatele più Primavere arabe. Egitto, Tunisia, Libia, Marocco, Giordania e Yemen sono "Paesi in transizione". Non più la poesia di un nome pieno di promesse ma una definizione scientifica più adatta alla difficile realtà: la transizione è una condizione di mezzo, potrebbe anche fallire.

Più delle rivolte di piazza, della sfida salafita, del militarismo e delle resistenze dei vecchi regimi, la minaccia più grave al superamento con successo della fase di transizione, è economica. Ed è su questo fronte che alle porte del Medio Oriente si addensa una tempesta perfetta: dopo le rivolte l'aspettativa delle opinioni pubbliche è alta, i nuovi governi faticano a imporre le riforme necessarie, i conflitti locali non si attenuano, la crisi europea si riflette sulla regione, gli scenari energetici stanno cambiando fino al punto di non escludere uno shock petrolifero.

Sul piano statistico le cose non sembrano drammatiche. Secondo il nuovo Outlook regionale del Fondo Monetario Internazionale, del quale si è parlato qui, al World Economic Forum sulla riva giordana del Mar Morto, nel 2012 la crescita è stata del 5,7% nei Paesi esportatori di petrolio (il forziere del Medio Oriente) e del 2,7 negli importatori; nel 2013 sarà del 3,2 e del 3; l'anno prossimo del 3,7 e del 3,6%.

Poiché quelli privi di risorse energetiche sono i Paesi dove erano esplose le Primavere – l'unica eccezione è la Libia – un incremento di tre punti è quasi miracoloso. Ma è l'equivalente mediorientale della "crescita hindù", come Amartya Sen un tempo chiamava lo sviluppo costante ma non sufficiente per fare uscire l'India dal suo stato di povertà. Più della metà della popolazione del Medio Oriente arabo (380 milioni, erano 247 milioni nel 1990) ha meno di 25 anni. In questo decennio devono essere creati 75 milioni di nuovi posti di lavoro, cioè il 40% in più di quelli esistenti. E questo spiega più di ogni altra considerazione le cause delle Primavere arabe.

Esistono alcuni limiti strutturali apparentemente impossibili da riformare: prima e dopo le rivolte. La piccola e media impresa rappresenta i due terzi dell'imprenditoria privata formale e garantisce l'80% dell'impiego. Ma riesce a raccogliere solo l'8% del credito. L'interscambio all'interno della regione è l'8,7% dei suoi commerci: in Europa è il 63,7 e il 66,8 nel Pacifico asiatico.
Nel 2012 i sussidi all'energia - 240 miliardi, cioè l'8,5% del Pil mediorientale - hanno drenato il 22% delle risorse pubbliche. Quelli alimentari sono stati solo lo 0,7%. E' stato provato che i sussidi non sono lo strumento migliore proteggere le fasce sociali più deboli, tuttavia i governi in transizione hanno gravi difficoltà a ristrutturarli: il credito da 4,8 miliardi del Fondo Monetario concordato con l'Egitto è congelato perché il presidente Morsi non riesce a completare la riforma sui sussidi.

Sempre nel 2011 i venture capitalist mediorientali erano stati in grado di raccogliere fondi per finanziare 65 startup. Nello stesso anno in Israele – meno di nove milioni di abitanti – ne sono nate 546. Fino ad ora questi limiti strutturali venivano bilanciati dalla ricchezza dei Paesi esportatori, soprattutto dai regni e dagli emirati del Consiglio di cooperazione del Golfo che nel 2012 avevano accumulato un surplus da 440 miliardi di dollari.

Ma il quadro sta cambiando, come testimonia l'outlook del Fondo monetario: le incertezze politiche regionali "fino ad ora non hanno avuto un impatto materiale sulla produzione degli idrocarburi, ma a breve termine un deterioramento della sicurezza o l'intensificarsi delle tensioni geopolitiche potrebbe influire sulle esportazioni. A medio termine l'aumento dei costi per la sicurezza e un clima meno attraente per gli investimenti potrebbero ridurre il ritmo col quale le forniture si espandono. I rischi a lungo termine per il prezzo degli idrocarburi comprendono la moltiplicazione in altre parti del mondo della rivoluzione del shale americano".

La ripresa a pieno regime della produzione petrolifera in Libia, è stata una delle ragioni del 5,7% di crescita dei Paesi esportatori nel 2012. Ad eccezione del Bahrein, nessun altro è stato raggiunto dal vento elle Primavere arabe. Ma anche questo ha avuto un costo: sauditi, Qatar ed Emirati hanno moltiplicato la spesa sociale. Aumento degli stipendi per militari e dipendenti pubblici, case popolari, studi gratuiti fino all'università, nuovi sussidi.
Ma il forziere non è senza fondo: il surplus dei Paesi petroliferi quest'anno si ridurrà a 370 miliardi e continuerà a scendere, seguendo l'andamento dei prezzi del barile. In Arabia Saudita il surplus è quasi azzerato. "Molti Paesi esportatori", ha spiegato al World Economic Forum Masood Ahmed, il direttore del dipartimento mediorientale del Fondo Monetario, "stanno affrontando spese che possono essere sostenute solo con gli attuali livelli di produzione e di prezzi". Ma la crisi europea, il rallentamento economico cinese, le promesse dello shale americano e le incertezze geopolitiche non sono una garanzia di rendimento e prezzi corposi.

giovedì 9 maggio 2013

Due coreani, un messicano, un brasiliano e un'europea... La nuova geopolitica delle organizzazioni internazionali

da www.ilsole24ore.com


Con la nomina di Roberto Azevedo a direttore generale del Wto - che da settembre prenderà il posto del francese Pascal Lamy - cambia la geopolitica ai vertici delle grandi organizzazioni internazionali. Avanzano Sud America e Asia, mentre il vecchio continente perde inesorabilmente terreno.
Wto
Il diplomatico brasiliano Roberto Azevedo è stato appena selezionato per essere il prossimo direttore generale dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto). Il suo nome è emerso dall'ultimo giro di consultazioni confidenziali, condotte tra i rappresentanti dei 150 Paesi membri dell'Organizzazione. Azevedo è il primo sudamericano che ricoprirà questa carica.
Ocse
Il sudamerica è però già rappresentato nelle organizzazioni internazionali. Il messicano José Ángel Gurría Treviño è, dal 1º giugno 2006, il segretario generale dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.
Onu
Alla guida l'Organizzazione mondiale delle nazioni unite c'è invece un coreano: Ban Ki-moon. Rieletto segretario generale il 1 gennaio del 2012, è al suo secondo mandato. Prima della sua elezione, tra il 2004 e il 2006, è stato Ministro degli esteri della Repubblica di Corea.
Banca Mondiale
Dalla Corea viene anche il numero uno della Banca Mondiale. Il 23 marzo 2012 il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha deciso di nominare per il quinquennio 2012-2017 il medico e antropologo di origine coreana, sebbene naturalizzato americano, Jim Yong Kim. Prima di lui la carica era stata ricoperta dall'americano Robert Bruce Zoellick.
Fmi
Con l'uscita di scena di Pascal Lamy dal Wto, la francese Christine Lagarde resterà l'unica persona di origini europee ai vertici di una grande organizzazione internazionale. Guida il Fondo monetario dal 5 luglio 2011.

mercoledì 8 maggio 2013

Elisabetta non andrà al summit Commonwealth E' la prima volta in 40 anni. Al suo posto Carlo

da www.repubblica.it

La regina d'Inghilterra rinuncia a partire per il vertice nello Sri Lanka. Per ora non ha alcuna intenzione di abdicare, seguendo l'esempio della sovrana d'Olanda. Ma il figlio avrà più visibilità 


LONDRA- Domani andrà come ogni anno in parlamento, per il tradizionale discorso a camere riunite in cui presenta le proposte di legge del "suo" governo (anche se non è stata lei a sceglierle, ma così vuole la forma). E tuttavia da oggi la regina Elisabetta rinuncia a una parte delle sue funzioni: per la prima volta in quarant'anni, la sovrana ha deciso di non andare a presiedere il summit annuale del Commonwealth, l'associazione che raccoglie le ex-colonie britanniche. Il vertice si svolgerà in novembre nello Sri Lanka e la casa reale ha pensato che, a 87 anni di età, Sua Maestà debba smetterla di affrontare viaggi così lunghi e pesanti. Al suo posto ci sarà, anche questa è la prima volta, il principe Carlo, che alla bella età di 64 anni comincia dunque a fare, se non il re, almeno il "vicerè".

Fonti di Buckingham Palace negano che la notizia sia sintomo di un qualche malessere: Elisabetta II, sebbene reduce da una fastidiosa gastroenterite che il mese scorso l'ha costretta a un ricovero  in ospedale, non è malata. Ma proprio perché sta bene di salute e perché intende continuare a regnare il più a lungo possibile, se non fino alla morte, la regina avrebbe accettato di limitare le attività più faticose, per "preservare meglio la monarchia", dice all'Evening Standard uno dei suoi portavoce, ovvero per conservare meglio se stessa, che è la stessa cosa, essendo sul trono da più di sessant'anni. Dunque la rinuncia al volo fino in Estremo Oriente non significa affatto che Elisabetta si prepari a seguire l'esempio della regina d'Olanda, per abdicare in favore di un figlio che aspetta da tempo la corona; al contrario, non farà più certi voli perché non vuole ritrovarsi costretta ad abdicare.

Ciò non toglie che dare più mansioni, poteri e visibilità a Carlo sia anche un modo di preparare un passaggio di consegne che prima o poi è destinato ad avvenire, sempre che i Windsor non ci ripensino e saltino un turno nella dinastia, facendo ereditare lo scettro al nipote di Elisabetta, e figlio di Carlo, il principe William, assai più popolare del padre, specie da quando è sposato con Kate Middleton, che in luglio darà un figlio a lui e un altro erede alla monarchia britannica. Oltre a inviare Carlo al summit del Commonwealth, la regina lo vorrà al suo fianco, domani, per la sontuosa cerimonia d'apertura del parlamento; e oltre a Carlo, che mancava l'appuntamento da 17 anni, ci sarà anche sua moglie Camilla, e per lei è la prima volta. Alla sua maniera, insomma, la regina lascia spazio agli altri membri più importanti della famiglia reale. Pur restando fermamente sul trono, anche senza fare più i voli a lungo raggio: una rinuncia ben comprensibile, a 87 anni.