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mercoledì 24 luglio 2013

Ankara segue India e Brasile: alza i tassi per aiutare la valuta

da www.ilsole24ore.com


La Turchia prova a nuotare contro corrente. Senza convinzione. La Banca centrale di Ankara, la Tcmb, ha alzato ieri l'overnight al 7,25%, dal 6,5%, mantenendo fermi gli altri tassi (al 4,5% l'ufficiale, e al 3,5% quello sui prestiti). L'obiettivo dichiarato è quello di fermare la caduta della lira turca, che è scivolata fino a un massimo del 9% dopo il cambio di regime - per ora solo virtuale - della politica monetaria della Federal Reserve americana. Questa flessione ha costretto Ankara a vendere valute estere per 6,6 miliardi di dollari: un salasso che ha portato le riserve a un livello che copre oggi solo dieci mesi di fabbisogno finanzario dall'estero e ha spinto la Tcmb a intervenire anche sul costo del credito a breve termine.
La misura non sarà però sufficiente. Secondo gli analisti occorrerebbero rialzi ben più ambiziosi per frenare una flessione che non è dovuta solo alle tensioni generate dalla politica monetaria Usa: la lira turca è considerata una valuta a rischio a causa delle tensioni politiche e del forte deficit corrente con l'estero, pari al 7,1% del Pil. Ha colpito, proprio ieri, la distanza con quanto è accaduto in Ungheria, un'economia piuttosto vicina a quella turca - e non solo geograficamente... Qui la banca centrale ha potuto abbassare i tassi per la dodicesima volta consecutiva al minimo del 4 per cento.
La Turchia appartiene piuttosto a quel gruppo di Paesi - come il Sud Africa, l'India, il Brasile - che associano a un deficit corrente alto una situazione economica non favorevole ai flussi di capitali. Contro vincoli strutturali forti come questi, la banca centrale di Ankara è apparsa poco convinta. Ha pesato in questo caso l'esplicita perplessità del governo: la decisione di ieri è stata preannunciata la settimana scorsa, solo dopo l'incontro tra il governatore Erdem Basci e il primo ministro Tayyip Erdogan, antichi compagni di scuola.
Fare di più, del resto, sarebbe forse stato inutile. L'esperienza degli altri paesi invita a essere molto cauti. L'India, dopo aver invitato i milioni di cittadini all'estero a investire i risparmi nel Paese, ha imposto ieri nuove restrizioni alle banche commerciali, per ridurre la liquidità: una più alta riserva obbligatoria - la percentuale di depositi che devono consegnare alla banca centrale - e un limite ai prestiti a breve termine che possono ottenere dall'autorità monetaria. Sono misure aggiuntive rispetto a una lunga serie di vincoli introdotti nel recente passato, l'ultima volta la settimana scorsa, quando ha alzato i tassi sui prestiti della banca centrale dall'8,25 al 10,25 per cento. Ben due punti percentuali, che sono evidentemente risultati insufficienti: la rupia, in calo del 10% circa da inizio maggio, resta debole. L'esperienza dell'Indonesia - che ha un deficit corrente del "solo" 2,1% del Pil - non è diversa. Il rialzo dei tassi dell'11 luglio - 0,50 punti - non ha impedito alla rupia di perdere un ulteriore un per cento sul dollaro. Non diversamente è capitato al Brasile, che lo stesso giorno - l'11 luglio - ha alzato i tassi di 0,50 punti senza ottenere grandi risultati sul real, la valuta più penalizzata dalle turbolenze create dalla Fed.
L'obiettivo - in tutti questi casi - sembra del resto essere stato solo quello di ridurre la volatilità, piuttosto che opporsi a una tendenza troppo forte dei mercati valutari. Gli interventi sul real, per esempio, sono così realizzati solo sui derivati e in moneta domestica, per non esaurire le riserve. Più prudente ancora il Sud Africa, che ha lasciato i tassi invariati la settimana scorsa preparando un rialzo dei tassi solo per la fine dell'anno: pesa qui il rallentamento della crescita economica che ha imposto una "indifferenza benevola" sul cambio.

Tokyo entra nell'intesa del Pacifico

da www.ilsole24ore.com


TOKYO. Dal nostro corrispondente
15 aprile 2012, 8 luglio 2013 e infine 23 luglio 2013. Sono date storiche per i processi di liberalizzazione commerciale: nel giro di poco più di tre mesi, i tre principali blocchi di economie avanzate hanno avviato negoziati incrociati per abbattere dazi e barriere non commerciali e facilitare gli investimenti reciproci. Dopo le trattative tra Unione Europea e Giappone avviate in aprile a Bruxelles e quelle tra Ue e Usa iniziate due settimane fa a Washington, ieri il Giappone ha aderito ufficialmente, come dodicesimo Paese membro, al progetto della Trans-Pacific Partnership (Tpp) incentrato sugli Stati Uniti. I sostenitori degli accordi di libero scambio bilaterali o comunque per singole aree vedono in questi sviluppi una occasione unica per spronare commerci e investimenti, in ultima analisi a beneficio di tutti. I fautori più strenui dei negoziati multilaterali globali, come l'Evian Group, sono invece furiosi perché sostengono che si tratti della pietra tombale sui moribondi Doha Round, marginalizzando il Wto con conseguenze negative per gli esclusi (come i Paesi in via di sviluppo). Il convitato di pietra dei tre tavoli negoziali, naturalmente, è la Cina, irritata soprattutto dalla Tpp che considera un espediente statunitense per rafforzare la sua influenza anche politica sull'Asia.
I negoziatori giapponesi sono intervenuti due giorni prima della fine del diciottesimo round di trattative della Tpp _ che si svolge in Malaysia, a Kota Kinabalu _ , in quando la decisione del governo di Tokyo è stata tardiva e solo ieri gli Stati Uniti hanno completato le procedure costituzionali per consentire l'adesione del grande alleato asiatico al progetto di area di libero scambio multilaterale. I membri della Tpp sono quelli della regione Nafta (Usa, Canada, Messico), due nazioni latino-americane che si affacciano sul Pacifico (Cile e Perù), Australia e Nuova Zelanda, più Vietnam, Malaysia, Singapore e Brunei. L'ingresso del Giappone _ quando i negoziati Tpp durano già da oltre tre anni _, non è accolto da tutti i membri con entusiasmo, perché le esigenze di Tokyo potrebbero portare a ritardi e complicazioni nella conclusione del patto, oppure a un suo “annacquamento” rispetto alle altissime ambizioni originarie (eliminazioni di principio di tutte le tariffe). Se in Malaysia ci sono stati scontri di piazza provocati dagli oppositori del patto, anche nel Sol Levante la questione Tpp è molto controversa, in quanto alcuni settori _ in primis l'agricoltura _ vedono con il fumo degli occhi l'abbattimento delle barriere tariffarie e regolamentari, che potrebbe portare _ temono _ a una invasione di prodotti e servizi dall'estero. Il premier Shinzo Abe ha deciso di aderire alla Tpp nel quadro del suo programma di riforme per la crescita economica , deludendo una fetta della base tradizionale del partito liberaldemocratico. Del resto, il suo piano di riforme ha bisogno anche di pressioni dall'estero per vincere le resistenze interne: niente come i negoziati Tpp e quelli con la Ue potranno accelerare la deregulation dell'economia.
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TRANS-PACIFIC PARTNERSHIP
12
I Paesi partecipanti
Con l'adesione formale del Giappone ai negoziati della Trans-Pacific partnership, di fatto Tokyo apre trattative per la liberalizzazione degli scambi con gli Stati Uniti, anch'essi nel Tpp dal 2009. La notizia segue di pochi giorni l'avvio di analoghi negoziati tra Ue e Usa.
40%
Quota di commercio mondiale
Rappresentata dai dodici Paesi che partecipano ai negoziati: Usa, Giappone, Australia, Perù, Nuova Zelanda, Malaysia, Vietnam, Cile, Singapore, Canada, Messico e Brunei. I negoziati tecnici sono giunti al 18° round, in corso proprio questi giorni in Malaysia.

martedì 16 luglio 2013

Meno crescita in Asia: l'Adb riduce le stime per 45 Paesi per il fattore Cina

da www.ilsole24ore.com


(Epa)(Epa)
TOKYO - L'Asian Development Bank ha ridotto le sue previsioni sulla crescita economica nell'Asia emergente al +6,3% per quest'anno - rispetto al +6,6% stimato nell'aprile scorso - e al +6,4% per il 2014 (contro il precedente pronostico del +6,7%): la combinazione tra una "continua domanda tiepida" da parte delle maggiori economie industriali e una più lenta crescita in Cina pesa infatti sull'outlook delle 45 economie emergenti dell'area regionale (specie sul Sud-est asiatico, che pure vede una buona domanda interna) e rappresenta una sfida per la continuazione del "momentum" della crescita generale.
Secondo il capo economista dell'Adb Chanyong Rhee, il rallentamento cinese rappresenta una preoccupazione per i suoi effetti su altri Paesi emergenti. Tuttavia l'Adb, nel suo ultimo report rilasciato oggi, ritiene che quest'anno Pechino possa ancora crescere a un ritmo del 7,7%, superiore quindi a quello registrato nel primo semestre (+7,6%) e nel secondo trimestre (+7,5%). In frenata anche l'India, che dovrebbe crescere quest'anno a un passo del 5,8% anziché del 6% previsto in precedenza, a causa dei «lenti progressi nell'attuare riforme in grado di facilitare il business».
Unico Paese su cui è stato fatto un sensibile upgrading è il Giappone: secondo l'Adb dovrebbe crescere quest'anno dell'1,8% (rispetto alla precedente stima di +1,2%), soprattutto a causa della politica monetaria ultraespansiva introdotta in aprile dalla banca centrale.