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sabato 31 agosto 2013

L'India frena, il Brasile accelera

da www.ilsole24ore.com


Uno dopo l'altro. Il rallentamento dell'India e l'accelerazione del Brasile nel secondo trimestre non rivela una divergenza tra i paesi Emergenti, accomunati oggi da turbolenze valutarie difficili da contrastare, ma segnala piuttosto che non tutti freneranno allo stesso tempo.
Il Brasile ha sicuramente sorpreso tutti. Gli economisti si aspettavano un'accelerazione dell'attività economica, ma pensavano che il Pil del secondo trimestre si sarebbe fermato al 2,5% annuo, dall'1,9% del primo trimestre. L'economia invece ha aumentato il ritmo fino al 3,3%, sulla spinta del manifatturiero, delle costruzioni, e dei trasporti o - da un altro punto di vista - di agricoltura, beni capitali ed esportazioni. Negli abituali termini trimestrali il paese è cresciuto in primavera dell'1,5%, dal +0,6% dell'inverno precedente (gennaio-marzo).
Il ministro dell'Economia Guido Mantega è entusiasta: ora prevede che il Paese possa crescere a un ritmo del 4% nel 2014. Quest'anno farà però molto meno: si fermerà al 2%, forse al 2,2% dopo i dati di ieri, grazie anche alla flessione del real, che potrebbe spingere esportazioni già salite in primavera - per motivi indipendenti dalla valuta - del 6,9% trimestrale.
Molti economisti sono infatti convinti che il Brasile si stia avviando verso una crescita zero nella seconda metà dell'anno. «I consumi sono stati deboli - spiega Newton Rosa della Sulamerica Investimentos - e così i servizi. Vediamo qui un segnale: la crescita del secondo trimestre non sarà mantenuta nel terzo». Tutti gli indicatori che si proiettano nel futuro (gli anticipatori, o leading) sono peggiorati: «L'industria potrebbe essere calata dell'1,4% in luglio, e le vendite al dettaglio probabilmente sono scese dell'1,1 per cento» aggiunge Flavio Serrano della Espirito Santo Investment Bank.
Il futuro del Brasile potrebbe assomigliare allora a quello dell'India, che ieri ha annunciato un Pil del secondo trimestre (del 2013, il primo dell'anno fiscale indiano 2013/2014) del 4,4%, in rallentamento dal 4,8% del primo trimestre dell'anno. Non è molto, in realtà, per un Paese emergente, e rappresenta per l'India il ritmo di sviluppo più lento dal primo trimestre del 2009. Al punto che il primo ministro Manmohan Singh ha voluto tranquillizzare il Parlamento. «Dobbiamo garantire - ha detto - che i fondamentali dell'economia resteranno forti, così che l'India continui a crescere a un ritmo sano per molti anni. Lo faremo: senza dubbio abbiamo di fronte sfide importanti».
L'ottantenne politico (ed economista, esperto di commercio con l'estero) ha anche aggiunto che «in una certa misura, il deprezzamento della moneta può essere positivo per l'economia perché aiuterà ad aumentare la competitività delle nostre esportazioni e scoraggerà le importazioni», tra le quali - va però ricordato - ci sono materie prime importanti come il petrolio e l'oro, molto amato dai risparmiatori indiani. Nell'attesa di poter correggere nel tempo l'enorme deficit corrente del Paese, uno dei consulenti del ministero delle Finanze Dipak Dasgupta ha fatto riferimento ieri a contatti in corso con altri Paesi emergenti per un intervento coordinato sulle valute, per fermarne il deprezzamento. Un portavoce del Banco Central do Brasil ha però smentito.

mercoledì 21 agosto 2013

Lo spettro del '97 sui Paesi emergenti

da www.ilsole24ore.com


PAGINA A CURA DI
Gianluca Di Donfrancesco
Riccardo Sorrentino
Un'illusione. L'idea che una politica monetaria possa essere indipendente - nel senso di sovrana - è falsa, malgrado mille tentativi di dimostrarla. Non sono "libere" le scelte della Bce rispetto a quelle della Fed, lo sono ancora meno quelle dei Paesi emergenti. Soprattutto quelli che fanno parte di "dollarolandia", l'area monetaria informale che ruota attorno alla valuta Usa. Per molti Paesi, soprattutto asiatici, la vera banca centrale è a Washington, i cui governatori - contrariamente a quello che avviene nella Bce - sono americani che rispondono solo agli americani.
Non può sorprendere, allora, se la prospettiva di un rialzo dei tassi Usa, che ormai si avvicina, scateni tensioni anche in India, o in Indonesia, o in Brasile. È il segno che prima o poi il dollaro inizierà a salire. Mantenere un cambio a livelli compatibili con il proprio modello di sviluppo e di politica monetaria diventerà piuttosto difficile. Soprattutto per quei Paesi nei quali i conti con l'estero non aiutano: perché i disavanzi vanno finanziati con risorse internazionali e, nello stesso tempo, segnalano una situazione di debolezza, di bisogno e quindi di rischio. Se a questo si aggiunge la tendenza dei mercati ad anticipare gli effetti (attesi), il pericolo di turbolenze diventa davvero concreto.
Un esempio è l'Indonesia. Venerdì ha annunciato per il secondo trimestre un deficit con l'estero pari al 4,4% del Pil, dal 2,6% del primo trimestre. Da allora la Borsa ha perso il 20%, mentre la rupia, già debole a causa di una crescita piuttosto lenta per gli standard degli emergenti (il 6%), è scesa fino ai minimi dal 2009. La Banca centrale ha tenuto fermi i tassi per sostenere l'attività economica, ma ha aumentato le riserve obbligatorie per frenare la valuta: due misure in buona parte contraddittorie. In soli due giorni, secondo i calcoli della Bloomberg, sono usciti dal paese 225 milioni di dollari. Un incubo, insomma. Simile a quello che sta vivendo l'India.
Sorprende un po' che proprio i Paesi dell'area asiatica si siano lasciati cogliere alla sprovvista da problemi simili a quelli che hanno portato alla crisi del '97. È un po' come se in Germania, bruciata una volta per tutte dall'iperinflazione del '21, i prezzi andassero fuori controllo... Il punto è che c'è qualcosa di nuovo, rispetto al '97: la stretta di Pechino. Concentrati tutti sulla Fed, le cui decisioni muovono i flussi di capitale, molti hanno dimenticato i canali "reali" che legano la politica monetaria della Banca del Popolo Cinese con tutti i Paesi emergenti (e non solo quelli dell'area asiatica). La stretta, e il conseguente rallentamento - spiega Lars Christensen di Den Danske Bank, attento ai legami tra moneta e attività reale - fa rallentare le esportazioni verso la Cina di molti Paesi in via di sviluppo, fa scendere il prezzo delle materie prime (un calo che crea molti grattacapi, per esempio, in Brasile), e riduce per Pechino il bisogno di accumulare riserve valutarie, rallentando anche gli acquisti di assets nelle valute meno pregiate degli emergenti, molto sensibili alle variazioni di domanda.
Anche una stretta cinese si può tradurre così in un indebolimento delle valute, a meno che i singoli Paesi non decidano di "importare" la politica monetaria di Pechino. Quando poi le banche centrali a "stringere" sono due, l'effetto si somma. Basta però guardare i grafici per capire che i problemi delle valute degli emergenti sono iniziati nel 2010, e in particolare nel terzo trimestre quando la Banca del Popolo, dopo aver aumentato le riserve obbligatorie, ha deciso di alzare i tassi.